FUNNY GAMES – originale e pessimista 

Vi state divertendo?



una famiglia come tante (padre, madre, figlio), va in vacanza alla propria casa al lago, sembra tutto normale, finchè arriva uno strano ragazzo (Peter) vestito interamente di bianco (come un giocatore di tennis), che chiede delle uova; inavvertitamente (o forse no), le uova gli cadono, e ne chiede altre; la situazione si fa sempre più strana, e peggiora ancora di più all’arrivo dell’amico del ragazzo (Paul), anche lui vestito interamente di bianco. 

« Vogliamo scommettere che voi in… diciamo dodici ore, sarete tutti e tre morti? »

Piano piano si riveleranno le vere intenzioni dei due: torturare e uccidere per gioco tutti i membri della famiglia.


Michael Haneke fondamentalmente compie una rilettura del genere attraverso una critica ad un certo filone di horror americano moderno che, mostrando tutte le efferatezze possibili ed immaginabili e svuotandole totalmente del pathos drammatico e dell’elemento catartico, mette in scena carne da macello (le malcapitate vittime dei killer di turno) per soddisfare il compiacimento morboso degli spettatori; una buona percentuale dei quali, naturalmente, a visione terminata, farà a gara a criticare negativamente quanto visto in precedenza indossando la maschera del politically correctE’ per questo che Haneke gioca perversamente con lo spettatore, rendendolo non solo visionatore ma anche complice delle efferatezze scioccanti che filma sulla pellicola. Così Haneke fa parlare Paul, il personaggio più malvagio ma anche più affascinante del film, con lo spettatore stesso, quasi a lasciargli un margine di discrezionalità su quanto sta vedendo. Ovviamente non sarà così e, dopo averlo illuso, Haneke sciocca letteralmente lo spettatore prendendosi gioco di lui riavvolgendo il nastro della pellicola (una mossa che ricorda lo storico “zoom back camera” di Jodorowsky in The Holy Mountain, 1973) non appena la situazione “minaccia” di mettersi un filino meglio per il finto-benpensante che è lo spettatore medio.A pensarci bene, i “funny games” di cui nel titolo non sono solo quelli a cui gli spietati Paul e Peter sottopongono le vittime prescelte nel film, ma anche e soprattutto quelli sadici che il regista mette in atto nei confronti dell’ignaro spettatore. A sottolineare ulteriormente la riflessione di Haneke sul ruolo della violenza nel cinema, limbo al confine tra realtà e finzione scenica, il regista conclude la pellicola facendo dialogare i due assassini di materia e anti-materia, di realtà e finzione; per poi concludere il film in modo circolare, facendo terminare esattamente così come è cominciato. In definitiva, Funny Games è uno degli horror homeinvasion più cupi e pessimisti della nuova ondata, nonché uno dei più scioccanti di sempre. Consigliatissima la visione agli amanti del thriller estremo, mentre chi si aspetta un film horror come tutti gli altri degli ultimi decenni potrebbe rimanere molto deluso; specialmente se non è preparato alla follia geniale di Haneke.

VOTO: 8 su 10  


TRAIN TO BUSAN – una novità del genere 




 un horror coreano uscito nel 2016 diretto da Yeon sang – ho, spettacolare e ad alto budget, che di cheap non ha nulla di nulla, e che anzi conta su una confezione – come spesso accade col cinema commerciale coreano – di tutto rispetto. E ha sbancato i botteghini di casa sua.

Il film apre con una scena che ha del incredibile, un cervo investito da un’auto che si trasforma – nel giro di pochi secondi – in uno zombie. Perché e incredibile? Perche rappresenta meglio l’intero film,  un misto di tecnica sopraffina coniugata ad una grande narrazione del regista: Yeon sang – ho, che crea uno studio dell’immagine più che invidiabile.

Il prologo é molto divertente, la narrazione di yeon costruisce bene i suoi protagonisti (un fund manager che porta la figlioletta dalla madre, una donna incinta e il marito un po’ bisonte, degli adolescenti in trasferta con la squadra di baseball, concentrandosi in particolare sulla backstory dei primi) e poi parte – è proprio il caso di dirlo – come un treno per raccontare l’Odissea per la sopravvivenza dei suoi personaggi, braccati da zombie di derivazione boyliana tanto nell’origine (il solito outbreak batteriologico) quanto nella velocità. Tutto ciò diretto da una regia eccelsa, rendendolo, probabilmente il film horror/fantascientifico sugli zombie più riuscito dal punto di vista tecnico. E’ nella sua dimensione più puramente ludica e spettacolare che Train to Busan trova i suoi momenti migliori, con diversi momenti carichi di adrenalina, umorismo e tensione sia sul treno che fuori, con scene di massa che fanno una certa impressione. E perfino un momento nel pre-finale che punta dritto, con una certa retorica alla commozione, ha una sua bizzarra efficacia.

Gli zombie di Sang-Ho  non riprendono semplicemente il mito, ma sanno anche condesarlo nei tempi moderni, facendo riferimento ad alcune pellicole culto degli ultimi dieci anni come REC di Jaume Balagueró e Paco Plaza.

Rabbiosi più che affamati, veloci e dalle pupille bianche, eppure incapaci dei gesti più semplici come aprire una porta scorrevole oppure orientarsi al buio.

Train to Busan è un horror claustrofobico che si sviluppa, quasi interamente, all’interno di un treno, e che non lascia il tempo di riprendere fiato, se non per colpire ancora più duramente

Il finale è al tempo stesso banale e mozzafiato. Molte azioni di imprevedibilità che rendono la narrazione del regista ancora più eccelsa, ma un finale molto particolare che lo spettatore comprende solo se ha capito il vero significato del film: CHI È CHE SOPRAVVIVERA’? 

in definitiva, È un film letteralmente molto semplice, che riesce benissimo a surclassare il 99 per cento delle produzioni action/fantascientifiche americane.


VOTO: 8 su 10 

i 100 più grandi chitarristi secondo Rolling Sones – risate in compagnia

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nel mondo, si sa, esistono giornali aberranti, il corriere della sera, “repubblica” e quant’ altro… ci si dimentica però che le più grandi risate derivano quasi sempre dai giornali americani e, come in questo caso, soprattutto dalle riviste. infatti è dagli stati uniti che nascono playboy, Hustler, Variety e…..ah già, ROLLING STONES.

proprio quest’oggi mi sono imbattuto in una classifica di Rolling Stones sui “100 più grandi chitarristi di sempre”. volete sapere qual’è stata la mia reazione dopo aver letto la classifica?

ilarità a non finire…

ma godiamocela insieme: per voi la lista completa del 2011: 1 – Jimi Hendrix
2 – Eric Clapton
3 – Jimmy Page
4 – Keith Richards
5 – Jeff Beck
6 – B.B. King
7 – Chuck Berry
8 – Eddie Van Halen
9 – Duane Allman
10 – Pete Townshend
11 – George Harrison
12 – Stevie Ray Vaughan
13 – Albert King
14 – David Gilmour
15 – Freddy King
16 – Derek Trucks
17 – Neil Young
18 – Les Paul
19 – James Burton
20 – Carlos Santana
21 – Chet Atkins
22 – Frank Zappa
23 – Buddy Guy
24 – Angus Young
25 – Tony Iommi
26 – Brian May
27 – Bo Diddley
28 – Johnny Ramone
29 – Scotty Moore
30 – Elmore James
31 – Ry Cooder
32 – Billy Gibbons
33 – Prince
34 – Curtis Mayfield
35 – John Lee Hooker
36 – Randy Rhoads
37 – Mick Taylor
38 – The Edge
39 – Steve Cropper
40 – Tom Morello
41 – Mick Ronson
42 – Mike Bloomfield
43 – Hubert Sumlin
44 – Mark Knopfler
45 – Link Wray
46 – Jerry Garcia
47 – Stephen Stills
48 – Jonny Greenwood
49 – Muddy Waters
50 – Ritchie Blackmore
51 – Johnny Marr
52 – Clarence White
53 – Otis Rush
54 – Joe Walsh
55 – John Lennon
56 – Albert Collins
57 – Rory Gallagher
58 – Peter Green
59 – Robbie Robertson
60 – Ron Asheton
61 – Dickey Betts
62 – Robert Fripp
63 – Johnny Winter
64 – Duane Eddy
65 – Slash
66 – Leslie West
67 – T-Bone Walker
68 – John McLaughlin
69 – Richard Thompson
70 – Jack White
71 – Robert Johnson
72 – John Frusciante
73 – Kurt Cobain
74 – Dick Dale
75 – Joni Mitchell
76 – Robby Krieger
77 – Willie Nelson
78 – John Fahey
79 – Mike Campbell
80 – Buddy Holly
81 – Lou Reed
82 – Nels Cline
83 – Eddie Hazel
84 – Joe Perry
85 – Andy Summers
86 – J Mascis
87 – James Hetfield
88 – Carl Perkins
89 – Bonnie Raitt
90 – Tom Verlaine
91 – Dave Davies
92 – Dimebag Darrell
93 – Paul Simon
94 – Peter Buck
95 – Roger McGuinn
96 – Bruce Springsteen
97 – Steve Jones
98 – Alex Lifeson
99 – Thurston Moore
100 – Lindsey Buckingham

adesso ridete? io no.  dove sono steve vai, petrucci, joe satriani e tutti gli altri?! personalmente, questa lista l’avrei chiamata così: “i 100 chitarristi famosi più bravi di sempre”.  

MINORITY REPORT – ineccepibile ma riduttivo 







Washington D.C., 2054. John Anderton (Tom Cruise) è un detective a capo della Precrimine, sezione della polizia presieduta da Lamar Burgess (Max von Sydow) che ha praticamente annullato gli omicidi in città. Questo è avvenuto grazie alle premonizioni di tre individui (i Precog), che riescono a “vedere” i delitti prima che essi vengano realmente commessi, permettendo alla forze dell’ordine di recarsi sul posto, impedire che il misfatto avvenga e arrestare i futuri colpevoli per le loro intenzioni. Prima di essere adottato su tutta la nazione, il sistema Precrimine deve subire un’accurata indagine che ne certifichi l’assoluta infallibilità, condotta dall’ispettore federale Danny Witwer (Colin Farrell). Durante una premonizione della precog Agatha (Samantha Morton), Anderson vede un omicidio di cui scopre di essere il futuro colpevole; per il detective, che si ritiene vittima di un complotto ai suoi danni, comincia così una lunga fuga per provare la sua innocenza.


Una pellicola tecnicamente ineccepibile e ben interpretata dunque, che ha però il difetto di mettere tanta, forse troppa, carne al fuoco senza sviscerare a fondo nessuno degli spunti proposti. Si parla di libero arbitrio, premonizioni, distopia, alienazione, giustizia e sorveglianza, ma manca la voglia di approfondire questi temi in maniera potenzialmente scomoda e non rassicurante. Alla lunga, la componente action prevale sulla critica sociale, impedendo allo spettatore di empatizzare fino in fondo con i personaggi e con la loro situazione, smorzando notevolmente le atmosfere oscure e opprimenti del racconto da cui il film è tratto e in generale della migliore tradizione fantascientifica. Ulteriore punto debole del film è una parte finale in cui si spiega più di quanto necessario, allontanandosi inoltre decisamente dalla conclusione spiazzante e ambigua del racconto di Philip K. Dick.

VOTO: 7.5 su 10


ARCA RUSSA – fondamentalmente geniale 

Grazie ad una macchina da presa digitale ed uno speciale Hard Disk (entrambi costruiti per l’occasione) è stato possibile girare il primo lungometraggio privo di stacchi. Il film è infatti un piano sequenza della durata di un’ora e mezza. Niente stacchi, niente montaggio. Un’opera che è costata l’impiego di 4500 persone, ed un particolare encomio per l’operatore che è riuscito in un’impresa davvero grandiosa. Le riprese, o meglio, la ripresa è avvenuta  il 23 Dicembre del 2001, dopo quattro tentativi falliti. Il risultato è un film che più e meglio di ogni altro, fin’ora, ha saputo interpretare il digitale, trasformando in poetica le nuove possibilità della tecnica “leggera”. L’assunto di partenza è quello di scegliere il piano sequenza come unico strumento, rinunciando al montaggio e alla manipolazione del tempo e realizzando, di fatto, l’utopia del cinema e del movimento continuo. Il set di Russian Ark è l’Ermitage di San Pietroburgo, con le sue sale ampie e sfarzose, i suoi visitatori, di ieri e di oggi, la storia che si è depositata in quel luogo e che affiora, tangibile, sulla superficie delle cose. In questo museo si compie un vero e proprio viaggio nel tempo, attraverso le diverse epoche della storia russa, dal presente al passato e viceversa, senza stacchi né ellissi, ci troviamo, coi nostri occhi, di fronte il mondo di Pietro il Grande, Caterina, Nicola II, semplicemente “orientando” lo sguardo, in un modo o in un altro. Così facendo Sokurov mette in crisi il concetto tradizionale di messa in scena perché riesce a penetrare lo spazio in ogni angolo e in ogni direzione, a contenere tutto in un solo respiro, in un flusso ininterrotto di immagini che non trovano più ostacoli nella tecnica stessa del cinema. L’era digitale ha riportato il cinema alla ricerca di un tempo che, non solo non trova scomposizione e segmentazione nella pratica del montaggio, ma che realizza la perfetta assimilazione tra il tempo del set e quello della fruizione spettatoriale, fino quasi a identificare l’uno nell’altro, a contenerli tutti dentro la stessa immagine-film.

Arca russa” a tratti può tediare e, addirittura, irritare (i detrattori snob potrebbero definirlo un esercizio di stile fine a se stesso), ma se vi lasciate coinvolgere, se vi abbandonate completamente alla visione e se mettete da parte gli assurdi pregiudizi che accompagnano i cosiddetti “film d’autore” (ossia che sono di una noia mortale), vi troverete a vivere un’esperienza cinematografica eccezionale e appagante. Visivamente sontuoso (la splendida fotografia è di Tilman Büttner, gli impeccabili costumi di Tamara Seferyan, Lidiya Kryukova e Maria Grishanova) e magistralmente girato da un gigante della Settima Arte che non ha paura delle sfide, “Arca russa” è un’opera strabiliante che allarga gli orizzonti del cinema e che rappresenta un imprescindibile punto di riferimento per chiunque volesse provare a fare qualcosa di simile. Geniale e indimenticabile la sequenza finale, che da sola vale decine di film e che dimostra quanto sia grande il talento registico di Sokurov.

VOTO: 9 SU 10


SPLIT – banale e trascurato

 

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M. Night Shyamalan ha ritrovato se stesso? La stampa americana, da quando ha visto Split, non ha dubbi. Di sicuro ha scovato un ottimo producer: tale Jason Blum, che dal 2015 ha rilanciato la carriera (e il brand) dell’ex-enfant prodige di Hollywood. Risultato? Il sorprendente The Visit e – appunto – l’attesissimo Split, thriller psicologico. Questa volta il regista indiano affronta il tema della personalità multipla: un evergreen del genere horror-thriller, che da Robert Louis Stevenson in poi è matrice di spunti e idee per racconti suggestivi. Così Shyamalan dà vita a un maniaco che rapisce e imprigiona in uno scantinato tre ragazzine: Claire, Marcia e Casey. Le giovani si accorgeranno presto di combattere non uno, bensì 23 rapitori differenti( in realtà 4/5), racchiusi in un unico individuo. Il suo nome è Kevin “Wendell” Crumb ma in lui si dimena un intero condominio di categorie umane: dallo stilista omosessuale Barry, al timido ma educato Dennis, al bambino capriccioso Hedwig, fino alla signora Patricia. Tutti interpretati virtuosamente da James McAvoy, che riesce in scioltezza a coordinare una molteplicità di voci, posture e atteggiamenti. Nel mucchio però, serpeggia una pericolosa 24esima personalità, che gode di un appellativo poco rassicurante: “La Bestia”. Riusciranno le ragazze a uscire vive dalla cattività? naturalamente no, a parte la protagonista.   Mentre la polizia brancola nel buio, la loro unica speranza è riposta in un’anziana psicanalista (Mrs. Fletcher), dalla quale Kevin è in cura e che comincia a temere per gli atteggiamenti del paziente.

quindi riassumendo il tutto: un apparente psicolabile rapisce tre ragazze e le chiude nel suo scantinato. il suo obbiettivo, alquanto ambiguo, è quello di darle in pasto alla ‘bestia’, fantomatica e inesistente (a detta della sua psichiatra) ventiquattresima identità. il thriller di shyamalan, oscillando tra farsa quasi/horror e giallo psicologico, si basa tutto sulla tensione contestuale del rapimento e sulla costruzione al limite dell’istrionismo della figura del personaggio principale (un efficace, ma non troppo, mcavoy).                                 il rapimento è alquanto banale, e minimizzato per giunta in soli 5 minuti di film, apparendo come una cozzaglia di fraseggi interpretativi da far surgelare lo stomaco. qui il regista indiano non evolve la trama in qualcosa di davvero psicologico, sembra non impegnarsi ne letteralmente e ne registicamente. la sceneggiatura, proseguendo nell’andatura del film, non da giustizia alla reale potenzialità dell’idea narrativa, per giunta molto deliziosa e fascinosa. la psicologia di Casey Cook è quanto di più banale si possa vedere in un film thriller di buone aspettative e niente di meno lodevole per le altre ragazze. è un film breve soprattutto da questo punto di vista.

durante la narrazione non si dimostra efficace neanche la dottoressa fletcher che, non solo spiega in modo massimalistico il problema di Kevin ma, per giunta, trascura il pensiero scientifico in cambio di un atteggiamento plebiscitario tutt’altro che razionale( lo si evince pienamente quando visita la “casa” dello psicolabile. in questo film tutto è fuorché meramente psicologico, tanto da sembrare un fumetto con tanto di auto interpretazioni arbitrarie che sputano in faccia allo spettatore pagante.

inevitabile non soffermarsi sul finale, ennesimo screzio della struttura del racconto: un epilogo indeterminato, auto-citazionista e completamente ridicolo ; da un lato riafferma la tematica da “film di sviluppo”, dall’altra demolisce l’approccio da avventura per ragazzi in favore di una fascinazione per il proprio protagonista tremendamente simile a quella del cinema d’azione machistico. è il mcavoy di split un protagonista demente, affascinante soltanto nella sua problematicità, incapace di suscitare vera e propria empatia o simpatia (nessuna delle sue personalità affascina, si lascia voler bene, impietosisce, diverte o spaventa).

 

VOTO: 6.5 su 10

LA LA LAND: disconnesso e platonico

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“tecnicamente laborioso, divertente ma pragmaticamente opinabile. e ancora, emotivamente speranzoso, noioso ma spasmodicamente affabulatorio”. forse basterebbe questo per definirlo. talmente bello quanto banale e ridondante.

il film dovrebbe mostrarsi come una rivisitazione e probabile rivendicazione del cinema degli anni 50, però cade nel tranello della citazione, infatti l’intero film è un continuo richiamo ossessivo ai film antecedenti al 2016. non solo film anziani e tecnicamente di assai poca contemplazione, naturalmente non cade nel banale retorico e decide di logorarsi anche con dei “cult movie” di qualche anno/decennio fa. però citando con classe. infatti è tecnicamente molto laborioso, al suo interno presenta piani sequenza quasi privi di difetti orchestrali,  come se fossero generati da un professionista del cinema, uno Steven Spielberg, uno Stanley Kubrick o un Sokurov nei migliori anni. è parte di questi colori, di queste divagazioni e di questi movimenti di macchina una certa spietata e incantata commozione. sembra veramente generato da un artista con del coraggio da vendere, infatti la tecnica è la parte del film che meno si può criticare. ineccepibile in alcuni fraseggi.            ma il punto non è la finalità nei propri  riguardi,  bensì la pragmatica. per quasi tutta la durata del film la tecnica non è a disposizione delle immagini rappresentate che fanno sempre da sproloquio narrativo. nel film manca spesso la tipica “emozione” generata da tecnicismi, infatti si mostra come un film essenzialmente platonico, rinunciando al cinema Spielberghiano. manca e pecca clamorosamente di originalità individuale, molti esperti e addetti ai lavori seri, tra cui figurano dei grandi cineasti d’essai, fanno notare che il film è un continuo richiamo a tecnicismi triti e ritriti che non danno al regista un vero merito narrativo individuale, tanto da avvalersi dell’unico merito di aver fatto esercitazione con i vecchi film (e poi si accusa daniele Luttazzi di plagio). una specie di nuovo tarantino dei film musicali con la differenza che quest’ultimo ha preceduto  di due decenni il film di Chazelle. il regista lo urla  in particolar modo con  Les parapluies de Cherbourg, il capolavoro di Jacques Demy (1964): un melodramma tutto cantato, che commosse mezzo mondo con la sua storia melodica di un amore spezzato dalla guerra d’Algeria. Tutto in La La Land richiama con affetto il film di Demy: i giovani protagonisti, i colori dei costumi, la fotografia (si pensi al fondale verde nella scena della cena), le tonalità della scenografia, il senso diffuso di finzione cinematografica, la felice vicenda amorosa che sfocia nel melodramma. Chazelle si ricorda anche dell’altro grande musical di Demy, Les demoiselles de Rochefort (1967), richiamato nella sequenza in casa con le amiche di Mia. E poi ci sono iniezioni continue di Un americano a Parigi, un tocco di Singin’ in the Rain, ovviamente West Side Story nella sequenza iniziale e, nella scena in volo all’osservatorio, perfino echi di Tutti dicono I Love You di Woody Allen. insomma, il film ideale per coloro che non hanno mai visto un musical e per gli appassionati del genere musicale. i cosiddetti nostalgici.

arriviamo agli attori invece, una parte del film che ho trovato decisamente originale. un Ryan Gosling in un’interpretazione molto fredda e fortemente  platonica mentre Emma Stone si dimostra tendenziosa per l’opposto: emotiva e didascalica. è logico dedurre che la differenza interpretativa sia voluta dal regista stesso, ma quando ascolti i dialoghi ti rendi conto che è tutto fuorché normale. la storia d’amore appare più che un pretesto, è un esercizio – quel che vi s’innesta sopra, dal punto di vista puramente tonale, soppianta e degenera completamente il suo protagonismo storico/concettuale. emerge anche in questo caso l’idea del cinema di chazelle come d’un cinema strenuo, tecnico, alla ricerca d’una trascendenza che emerga dalla dedizione maniacale alla ripetizione d’un pattern, da un’esasperata padronanza dei propri mezzi: le sue immagini si stancano e proprio nel momento in cui potrebbero accasciarsi estenuate in un letto di noia e ridondanza si librano di nuovo, con rinnovata energia, con una foga riscoperta e tirata a lucido. il movimento jazzistico di vacuità compone un assolo sfiancante in una deriva che insistentemente (forse con inconscio) si nega, torna a vivere, balza in avanti. paradossalmente quando questa dittatura dello stile finisce e scorrono i titoli di coda ci si accorge che essa  ha lasciato una voragine tonale, una sensazione scomoda ma in qualche modo piacevole: la nostalgia che l’ha animata si gonfia di nuovo in sua assenza.

difficile in fin dei conti dire se la la land abbia colpito proprio per il suo eccesso d’autostima, se abbia funzionato nel suo essere una celebrazione fine a sé stessa, sfrenata e vacua, oppure se proprio per la sua natura e per le sue caratteristiche si sia risolto in un buco nell’acqua. probabilmente la verità su quel ch’è successo è da ricercarsi nel rapporto che si ha (o si vuole avere) con la nostalgia a monte di queste immagini: essa è lo scopo, la trascendenza, la motivazione che guida il gesto.  l’ultimo paradosso di questo cinema (e non solo, di questo tipo di cinema) è proprio che funziona e al tempo stesso è un buco nell’acqua: è effimero e s’impone, deflagra e tace – più è bella la sua fiamma, più essa svanisce senza lasciar traccia, meno essa riesce a illuminare.

 

 

VOTO: 8 su 10