Roma di Alfonso Cuaron è un film che ha fatto saltare sulla sedia i critici, ma che probabilmente fa bene soltanto all’ego di chi l’ha scritto, di chi l’ha sceneggiato, di chi la girato, di chi l’ha montato e di chi l’ha prodotto, ovvero, dello stesso Alfonso Cuaron. Ma al mondo del cinema, quello fatto oltre che da chi i film li fa anche da chi i film li guarda, in fondo, potrebbe persino fare male.

E non soltanto perché sotto la fotografia in bianco nero, che sembra perfetta, probabilmente serve solo a ovviare al fatto che il direttore della fotografia non poteva perché aveva judo; né perché, dietro ai suoi movimenti di camera liquidi, ai suoi piani sequenza infiniti e a una narrativa sfilacciata, pare nascondere il vuoto. E nemmeno perché, come ha scritto qualcuno, il personaggio centrale è, come effettivamente è, una tranquillizzante versione dei poveri vista dagli occhi di un borghese.

Roma non fa bene al cinema perché è un film come la Corazzata Potemkinparodizzata da L’ultimo tragico Fantozzi: ci piace solo perché pensiamo di debba piacere. Ci piace perché piace ai critici, a quelli che hanno gusto, a quelli che danno i premi. Ci piace perché ci rassicura nel nostro didascalico provincialismo borghese, come ci rassicura il fatto che il bianco e nero basti a fare un ricordo, che una tata india basti a raccontare il disagio di essere minoranza e che un piano sequenza basti a fare un capolavoro.

Ci piace perché abbiamo paura di dire che non ci piace. Perché abbiamo timore di confessare che ci cala la palpebra già dai titoli di testa, quando per lunghi e tantalici minuti ci cola davanti una secchiata d’acqua in cui si vede passare riflesso un aereo, lo stesso che poi passa altre due o tre volte durante il film, che riappare in un tavolo di cucina incasinato durante una cena, e chissà in quanti altri momenti, a segnalarci che siamo solo di passaggio, forse, oppure, chi lo sa, anche solo perché al Cuaron bambino piacevano un sacco gli aerei.

Roma è, o vorrebbe essere, secondo lo stesso Cuaron, «un’esplorazione della gerarchia sociale del Messico, paese in cui classe ed etnia sono stati finora intrecciati in modo perverso. Soprattutto, è un ritratto intimo delle donne che mi hanno cresciuto, in riconoscimento al fatto che l’amore è un mistero che trascende spazio, memoria e tempo», e invece, malgrado gli sforzi non riesce ad essere più di un esercizio estetico. Un esercizio futile.

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Bohemian Rhapsody, la delusione di una ruffianata riuscita male

Le buone intenzioni e l’impegno pur rigoroso e lodevole dell’attore americano si schiantano rovinosamente contro il mito e una protesi dentale ingombrante che lo precede di una spanna ovunque vada. Non c’è rifugio in cui l’attore possa fuggire o ripiegare. Con buona pace di Hollywood e di Baudrillard, l’aura di Freddie Mercury non conosce declino e schianta il suo simulacro.
Gli eventi scorrono uno dopo l’altro come voci su una pagina di calendario, arrivati in fondo si strappa la pagina vecchia e si passa a quella nuova e così via, coi momenti musicali e i momenti personali (i primi tour e la scoperta della bisessualita o omosessualità, il film non lo chiarisce), scene chiave che in un film dalla sceneggiatura chiara e dal montaggio ben calibrato avrebbero avuto lo spazio necessario per essere sviluppate a dovere, qui vengono buttati in pasto alla folla, cartoline a corredo di questo libro biografico o quell’intervista che chi sta guardando il film deve necessariamente andarsi a recuperare. Infatti Non é di un film che stiamo parlando, quanto più di una sequela di aneddoti messi in ordine cronologico (per altro poco attendibili) e narrati mediante dialoghi spesso e volentieri banali o pessimi, da carie ai timpani. Anche Rami Malek, così simile al vero Freddy Mercury nelle foto promozionali, sembra quasi sempre un attore che sta impersonando il frontman dei Queen, e mai il frontman dei Queen: nelle scene di dialogo, quando c’è bisogno di abilità mimiche che non possiede. Insomma, Nella volontà di non disturbare nessuno, Bohemian Rhapsody contraddice il suo proposito, tradisce il suo soggetto, perde il treno e offende i fan, rimpiazzando con le immagini e un concerto copia-carbone Live Aid (per altro con un pessimo pubblico in CGI e i fondali agghiaccianti, regia e montaggio più schematici che mai) la vita originale che voleva onorare. I Queen hanno voluto preservare a tutti i costi l’immagine del loro leader rendendo alla fine un pessimo servizio a uno dei più grandi divi poprock di tutti i tempi, morto una mattina di novembre a quarantacinque anni, al termine di un’agonia segreta, lasciando dietro di sé cumuli di ricordi indimenticabili.

I FILM BRUTTI DI NOVEMBRE

paradise beach (jaume collet-serra)

una ragazza resta bloccata su uno scoglio, minacciata da uno squalo e smarrita in una spiaggia deserta. film che si basa tutto sul ritmo e sulla tensione, noncurante dell’idiozia farsesca dei suoi sviluppi principali e della banalità dei suoi risvolti fondanti (su tutti lo sviluppo della protagonista), visivamente sbilanciato e grottesco (tanto nella fotografia quanto nell’effettistica improbabile) quanto dilatato, stancante nelle sequenze d’azione (sorrette da una colonna sonora implausibile – la parte iniziale, tutta onde e surf, tutta facce copincollate su corpi di controfigure, da sola basta ad affrescare la china che prenderanno gli eventi di lì a poco). collet-serra ci prova e riesce a metà, il film oscilla tra una saltuaria efficacia e fin troppi abissi di stupidità o faciloneria di cui è difficile ignorare la presenza.

Big Eyes (tim burton)

abbandonato il dark e approdato pienamente quanto fieramente al post-gotico, che altro non è che una riproposizione di roba anni 50/60 senza il vittoriano (per intendersi, roba che sta attorno a edward in edward mani di forbice o che sta nella scenetta di sweeney todd in cui si vedono i protagonisti al mare) burton si getta nella ricostruzione di una storia vera. le avventure sono quelle di una coppia di coniugi, lei pittrice lui no. lui si appropria dei lavori di lei, diventa famoso, si scoprono retroscena poco graditi e via così. una sorta di dramma burocratico su una paternità artistica. al di là di una sceneggiatura priva di un qualsiasi interesse, la narrazione cela forse qualche intento sociale (un incantato quanto appena metaforico femminismo non militante) e si risolve in scelte di dubbio gusto (accorgendosi di non aver inserito nel film alcuna sua ‘stravaganza’, burton rende il processo finale una buffonata -e non nel senso positivo del termine, non gli si sta rimproverando l’assenza di serietà, quanto la creazione di una strana commistione semplicemente non funzionante-) per cominciare insipida, evolversi banalmente e spegnersi senza lasciare alcuna traccia. alla fine burton parla di un’artista mediocre, del suo mediocre marito e della loro mediocre storia ai margini del mondo artistico. il che potrebbe starci, se lo stesso racconto non fosse di una mediocrità avvilente e se lo stesso burton non sembrasse così ridicolo e marginale, incapace di strutturare una narrazione lontana dai suoi canoni che stia in piedi da sola (la scena della forchetta è così fuori posto da sembrare denigratoria nei confronti della sua stessa poetica). il film, al di là del fastidio che si possa provare per burton tutto, è semplicemente brutto

Contagious di Henry Hobson

è un film su un’apocalisse zombie che tenta un approccio intimista e anti-convenzionale, raccontando la storia di un padre che sceglie di stare accanto alla figlia infetta durante l’aggravarsi progressivo delle sue condizioni. rifiutandosi di mandarla in quarantena, l’uomo dovrà vedersela con il crescente peso di dover, al momento giusto, porre fine alle sofferenze della ragazza. il film vorrebbe essere uno scorcio quasi autoriale su un panorama tendente al ridicolo come quello dei film sugli zombie, di fatto l’effetto cartellone pubblicitario regalato da schwarzenegger resta l’unica nota positiva di un lavoro noioso, privo di trovate e di mordente, banalissimo, mal gestito e superfluo. sostanzialmente evitando qualsiasi splatter legato al tema portante il film arriva ad essere un drammatico vero e proprio, non riuscendo però a trasportare al di fuori del contesto l’emotività che vorrebbe trasmettere: qualsiasi situazione rimane ingarbugliata nel mondo che l’ha resa possibile, tanto che sia immedesimazione sia empatia sono completamente rese impossibili dall’insistenza del plot fantascientifico. ammesso che si riesca ad ignorare questa gabbia, cosa che tristemente non è facile a farsi, la gestione della narrazione e dei personaggi risente comunque di più di un’imprecisione: i dialoghi tra i due protagonisti sono pochi e banalissimi, la loro interazione si limita man mano che invece dovrebbe farsi più presente, il racconto ruota attorno a pochi snodi che sembrano continuamente superflui. è un dramma che vorrebbe essere atmosferico ma la cui atmosfera annoia e basta, che vorrebbe essere originale ma la cui originalità è mal riposta, e che vorrebbe essere commovente ma che non ci riesce neanche per scherzo e che pur attorno a questa intenzione non fa che concentrare tutti i suoi sforzi. schwarzenegger, presente senza dubbio più fisicamente che altro, fa la sua buona figura pur non esibendo una gran profondità recitativa. purtroppo sembra addirittura che le sue potenzialità in questo ruolo non siano state sfruttate al meglio, complici una sceneggiatura ridicola e delle riprese indugianti su piani stretti senza un vero e proprio motivo. qualora venga una sana curiosità per la gestione del finale (che è l’unico momento attorno a cui ruota tutta la struttura -poverissima- del film) non ci si faccia animare da troppe speranze: è forse una delle parti più deboli di tutto il complesso. mal scritto e mal girato, il film non riesce a convincere in nessuno dei suoi aspetti, risultando più che stantio laddove magari quell’effetto di ‘già visto’ voleva essere rimosso del tutto (un’ultima nota dolente: la fotografia desaturata e senza speranza tipica di ogni film del genere). un peccato. o forse neanche troppo.

SPECTRE (Mendes)

il film si apre con un piano sequenza senza troppe pretese che ti fa comunque sperare in un qualche divertimento stilistico, poi tracolla senza altro in una regia quanto più banale possibile. ma il vero tracollo di questo 007 (per quanto riguarda lo stile c’è poco da fare, è un brand che non presta il fianco ad alcun tipo di licenza) sta nel fronte scrittura/narrazione. la sceneggiatura comincia estremamente confusa e si evolve come estremamente banale. il cattivo di turno è forse il più cattivo di tutti, un super-villain capo dell’organizzazione che negli ultimi tempi ha ucciso la donna di bond, il boss dei servizi segreti e fatto tanti altri danni in giro per il mondo. per di più, suddetto villain di turno è anche il fratellastro presunto deceduto dello stesso bond. un’impalcatura narrativa che sa di vero e proprio scontro finale, visto anche il congedo ultimo di bond dai servizi segreti. ebbene la tensione narrativa che si crea è malgestita sulle prime, sulle seconde mal espressa: il primo incontro col cattivo (quello nella sala conferenze) è l’unico a creare un crescendo valido; il secondo è demenza pura (un piano che ha poco senso, una fase di tortura che non ha alcun effetto, una risoluzione esplosiva ridicola); il terzo (il vero e proprio scontro finale non solo di questo film, ma anche dei tre precedenti) insipido (tragicamente insipidio, tanto che ti aspetti che sia un prologo a un vero scontro che poi alla fine non arriva). non che la parte emotiva in uno 007 sia mai stata un elemento cardine, ma qua anche quella riesce a deludere: il bond tormentato e solitario che ha perso l’amore della sua vita qualche film fa adesso improvvisamente ne trova un altro, e senza troppe parole né troppa perdita di tempo decide di dare una svolta alla sua esistenza in vista di una relazione che di fatto nasce dal nulla e nel nulla continua a fluttuare. consuete scene divertenti, consuete sequenze action, tristemente anche sotto questo profilo l’azione non riesce ad essere di spessore sotto alcun punto di vista (il finale in questo senso è da manuale: uno scontro che non solo non è il più eclatante di tutto il film, ma che è uno dei meno eclatanti di tutti gli ultimi 007). discontinuo e spiacevole, dispiace che proprio nel gonfiare le aspettative (soprattutto narrative) questo film riesca a deludere così tanto. pur essendo uno 007 (che sì, non è che se vai a vedere 007 puoi aspettarti un buon film).

il ragazzo invivibile di Salvatores

salvatores prova a portare nel cinema italiano qualcosa che praticamente non c’è: un film per ragazzi a tema supereroistico. mette su una specie di commedia/drammatico sullo sviluppo di un ragazzetto tra il rapporto con i bulli, con le ragazze e con la madre (adottiva) e infarcisce il tutto di superpoteri, rapimenti e loschi personaggi.

è un film estremamente lineare, estremamente semplice e cucito sul suo audience. registicamente se la cava con un buon carattere generale. infastidiscono le continue citazioni e la loro elementarità quasi nauseante (quando, nelle prime scene, il bullo si affaccia dalla porta del bagno scimmiottando kubrick è praticamente impossibile non alzare gli occhi al cielo invocando pietà).

gli effetti speciali tengono piuttosto bene (eccezion fatta per l’esplosione finale, fortunosamente occultata dal fuori-fuoco).

narrativamente il tutto procede senza picchi di sorta, semmai con qualche approssimazione di troppo o qualche ridicolaggine qua e là, prontamente giustificate dal continuo sottotesto dell’”ehi, stai guardando un film per bambini”.

salvatores sembra fare un’operazione audace dal punto di vista artistico, mentre è audace soltanto dal punto di vista di marketing. dal punto di vista artistico è esattamente il contrario: è una botte di ferro. qualsiasi imprecisione è dovuta al tipo di prodotto che si sta confezionando, qualsiasi nota di merito è un eclettismo atto a renderlo valido per qualunque aspettativa. a dire il vero alla fine questa validità non traspare: è un film che per gli appassionati del genere suonerà come derivativo e banalotto, che per i ragazzini suonerà come ‘peggio di quelli americani’ e che per chi si intende di cinema suonerà come semplice, fuoriluogo e senza pretese

Perché Diego Fusaro?

Quando su youtube, quasi per caso, vidi un video di Diego Fusaro che criticava la politica Capitalistica, pensai che L’importante non è il dire sciocchezze in perfetto italiano e con ottimo stile, ma il non dire sciocchezze. Nel continuo ricorso del Fusaro ai molti nomi di un unico fenomeno (il capitalismo) che sarebbe giunto al culmine della sua vicenda e a cui andrebbe riportato ogni evento storico per la sua genesi e il suo senso, trovai assai strane assonanze con antiche teologie sui molti nomi di Dio ma niente di scientifico. Chi si rifà ai poteri forti o alla grande finanza internazionale come a entità reali recitandone moltissimi nomi senza indicarci però mai gli indirizzi di queste entità, ossia le loro posizioni nello spazio e nel tempo che competono a tutti gli enti esistenti e verificabili, costui sta facendo ancora uso di vecchi concetti metafisici, semplici invenzioni dell’immaginazione senza alcun riscontro empirico. Marx, paladino tanto osannato da Fusaro, certo non approverebbe questo costante ricorso ad entità non ubicate nella storia – viceversa i suoi estimatori, ben più numerosi. Tuttavia, Se contasse solo lo scilinguagnolo gli darei senz’altro partita vinta. Ma la sapienza filosofica non basta ad affrontare questioni economiche su cui il filosofo ama esprimersi mostrando però, presumibilmente, di non conoscerne i principi fondamentali. E poiché la filosofia ha molto a che fare con la critica e col dubbio, disturba molto la spropositata quantità di certezze categoriche e apodittiche che il nostro esibisce ma che in realtà hanno solo il tono antiquato e sgarbato delle (pseudo) verità metafisiche (quelle che il popolo oggi chiama senza se e senza ma) e che sono in realtà solo residuati ideologici lasciati da visioni del mondo ormai tramontate. Ma un vero approfondito soggiorno nel pensiero di Marx e di Hegel avrebbe insegnato a non confondere così facilmente il piano della certezza morale con quello della verità scientifica e a non diffondere nozioni ormai esauste e pietrificate come se fossero idee ancora capaci di contenere, esprimere e guidare la nostra vita storica. Tuttavia, nonostante il mio disdegnare ciò che più mi preoccupa davvero non è Diego Fusaro in sé, ma il fatto che egli sia seguito da migliaia di persone, convinti di trovarsi di fronte una figura di spicco della cultura odierna. Di fatto oggi l’uso del copia e incolla non sorvegliato da una qualche competenza sintattica produce non solo pensieri sdruciti ma veri e propri mostri paratattici veramente senza capo né coda. E qui non c’è artificio che possa giovare, perché per contestare il discorso della teoria economica con gli strumenti di Marx bisogna chiudersi nelle formule ormai senza vita delle sue risposte anziché aprirsi al senso energico, disincantato e pragmatico delle sue domande. Il rischio è allora proprio quello tutto culturale di cercare una vera enciclopedia delle scienze e ritrovarsi, un giorno, con una società soggiogata dal Manuale delle Giovani Marmotte.

10 film horror “migliori” di Shining

la carriera cinematografica di Kubrick è, come ogni Cineasta che non sia profano di un certo tipo di cinema saprà, costellata da alti e bassi, in parte dipesi da una soggiogazione produttiva che non gli concedeva troppe libertà espressive – infatti, secondo molti, decise per questo motivo di trasferirsi in Europa – e in parte da una discontinuità artistica influenzata molto dalla sperimentazione. più di tutti, forse, l’esempio che più rappresenta la discontinuità di Stanley Kubrick è Shining. il film è stato più volte accostato ai grandi film horror più che altro per una motivazione culturale legata all’innovazione tecnica (più di tutti l’utilizzo ossessivo, talvolta immotivato,  della Steadicam) e all’introspezione, caratteristica principale che sfocia nell’esegesi, formando una vera e propria dicotomia con la critica cinematografica: per questo motivo ho deciso di segnalarvi, parlandovene un po’, di qualche film Horror, – quanto meno riconducibili al genere appena citato – che oltre a considerarsi più completi e Liminari non si pongono limiti oggettivi particolarmente rilevanti, influenzati dalla necessità di assoggettargli, senza indugio, un’esegesi senza la quale non sarebbero considerati poco più che dei comprimari.

FUNNY GAMES – Haneke

è un film che si presenta più o meno accessibile a tutti e che pian piano comincia a stridere. e poi comincia a stridere così tanto da allontanare chiunque si sia avvicinato erroneamente. e quando si vede come indipendente dall’essere sé stessa, sorprendentemente la narrazione si riavvolge e basta. più che con strutture narrative o di genere, haneke gioca col cinema stesso, con la sua idea, con l’idea dello spettatore che vi si addentra. E una volta addentratosi gli é difficile uscirne. La contemplazione ne diventa l’unico portavoce. É un film meta horror che travolge, ossessiona e rivoluziona un genere. Un trucco cinematografico riuscito.

ROSEMARY’S BABY – Polanski

l film è un dramma grottesco, un cupo canto d’apocalisse che si chiude nella deformazione di tutte le sagome che l’abitano col pretesto semiotico d’un male assoluto – quello demoniaco. la sua efficacia è proporzionale alla sua ambiguità, la sua ferocia analoga alla sua afflizione. ad attrarci è un senso spudoratamente auto-consapevole di voyeurismo, una somiglianza col demiurgo crudele che regola questo cosmo: a piacere è la sofferenza della protagonista, la sua rovina affratellata alla rovina del mondo che la circonda, è il nostro dolore nel vederla crollare e il nostro spaesamento nel vederla soffrire.

VIDEODROME – Cronenberg

il film è senza dubbio il più riuscito del regista canadese, favorito da un impianto teorico davvero predominante (si può dire che stavolta la trama in sé sia ridotta davvero all’osso) e appesantito da cali registici (ritmici più che altro) non troppo invasivi (da un certo punto in poi il film comincia ad andare di corsa senza neanche avvisare), ottiene una tenuta complessiva estremamente solida. bella è la disinvoltura con la quale vengono inserite scene horror o splatter, costumi grotteschi, trucchi eccessivi. l’atmosfera risulta cupa, serrata e oppressiva.

POSSESSION – Zulawski

forte di più di una scena memorabile (la possessione nella metro e i litigi in famiglia su tutto) il film si configura come un angoscioso caleidoscopio demoniaco: un incubo ad occhi aperti, un girone infernale che cede continuamente il passo alla sua stessa materia, che con analoga insistenza esonda dai suoi auto-imposti limiti comunicativi. feroce, violento, insaziabile, possession è uno sciacallo che divora i resti della cinematografia che lo ha generato.

THE BLAIR WITCH PROJECT – myrick e Sanchez

pietra miliare non soltanto dal punto di vista della riflessione sul fare cinema, di cui qui non ci interessiamo, ma anche sulle possibilità e sui limiti della produzione immaginale. questo cinema affoga nel panico al cospetto di qualcosa che non riesce a mostrare: i suoi protagonisti, impotenti, perdono le speranze all’interno di un ciclo infinito che toglie loro tutto e non concede loro alcunché. vengono infine eliminati da qualcosa di cui si afferra vagamente solo l’eco verbale: da una strega o dal suo fantasma, quindi. oppure da un mostro e dai fantasmi dei bambini che ha ucciso. non è dato di saperlo.

PSYCO – Hitchcock

è, dopo Uccelli e Notorius, il film più riuscito di Hitchcock, in cui costruisce un mondo di oggetti significanti, dalla busta coi dollari al giornale, dal tubo della doccia al coltellaccio, dalla scarpa col tacco alla traccia/bigliettino, tutte cose che restano impresse a fuoco nella memoria dello spettatore. Anthony Perkins iconico, forse oggi soffre di iper-rappresentazione e come tutti i miti teme la polvere del tempo, ma la sua dolcezza ferina è ancor oggi penetrante; dopo i famosi 45 secondi della doccia, erge la lunga sequenza di metodica pulizia del luogo del delitto.

UCCELLI – Hitchcock

Autentico capolavoro e raffinato racconto horror in cui l’orrore non nasce da effetti speciali sanguinolenti, ma da quello che ci circonda e che l’uomo molto spesso, a causa della sua ignoranza e presunzione, tende a ignorare.
Una sceneggiatura che sembra iniziare come una commedia rosa come tante e che si trasforma poi in un thriller angosciante che raggiunge il suo apice nel finale.
In oltre due ore di film nessuna spiegazione viene data per il terrificante fenomeno degli uccelli assalitori, viene invece rappresentato questo fenomeno dal grande regista in modo piu’ che verosimile, tanto che il gran dispiegamento di mezzi per effetti sonori e trucchi ottici richiesero piu’ di un anno di lavorazione.

KAIRO – K. Kurosawa

il piccolo capolavoro di Kurosawa è una riflessione sul cinema e sulle sue possibilità mostrative: o le immagini muoiono (suicidandosi) o svaniscono, o di loro non resta che una traccia confusa e a malapena riconoscibile (lo spirito). è una fuga verso un’ideale non-immagine accompagnata da una tempistica Tarkovskijana: tutto questo mondo vi si dirige costantemente e costantemente ne viene inghiottito.

IL SIGNORE DEL MALE – Carpenter

è forse l’opera cinematografica più sottovalutata della classifica. con una trama così semplice, riesce a tirare fuori alcune scene davvero memorabili, intricate dal perenne conflitto tra fede e scienza e da atmosfere gotiche. Non a caso la vecchia chiesa, l’ambiente principale del film, ricorda molto la storia del topo in trappola in attesa di venir divorato dal serpente. il film è in sostanza un saggio distruttivo, vorace, che demolisce dal primo all’ultimo i suoi cardini strutturali; proprio demolendoli li riafferma, proprio riaffermandoli li costringe a venir demoliti.

IL SEME DELLA FOLLIA – Carpenter

Tutto si svolge in un puzzle esagerato, nel quale quasi mai si capisce cosa è reale, cosa non lo è o cosa è scritto, il protagonista John non comprende, non vuole, rfiuta ciò che vede, razionalizza, forse anche un pò per deformazione professionale, essendo un investigatore assicurativo alquanto cinico e risoluto, personaggio hce fino alla fine, tenterà una via d’uscita plausibile e “logica”, che non troverà mai, più. Il film è in qualche modo un abilissimo gioco di specchi, ma è anche una feroce presa di coscenza sul declino morale del mondo, sempre più sbandato e privo di punti di riferimento, in preda a fenomeni di culto ed isteria collettiva dettata dal consumismo. Una pellicola angosciante e perversa, coinvolgente e inquietante con un finale che, nella sua estrema crudeltà, ha anche un vago sapore ironico

LOVELESS di zvyagintsev

Zhenya e Boris hanno deciso di divorziare. Non si tratta però di una separazione pacifica, carica com’è di rancori, risentimenti e recriminazioni. Entrambi hanno già un nuovo partner con cui iniziare una nuova fase della loro vita. C’è però un ostacolo difficile da superare: il futuro di Alyosha, il loro figlio dodicenne, che nessuno dei due ha mai veramente amato. Il bambino un giorno scompare… quello di Zvyagintsev é un cinema più politico che mai, che coesiste in un mondo sociale ben definito, tendente all’estremizzazione dell’esasperazione, chiuso tra i “poteri forti” (stato, azienda – chiesa) – una struttura molto semplificata, elementare, a suo modo atroce. In una società così disfunzionale resta un’unica speranza: il volontariato. La presenza di uomini e donne che, senza alcun compenso e con elevata preparazione, si impegnano nella ricerca di Alyosha, è l’unica fonte di calore in un panorama algido. al suo interno ogni sagoma ripercorre i propri errori, procurando uno sfogo alle proprie necessità e alla propria visione pessimistica del mondo: entrambi i genitori chiudono un capitolo della loro vita per avvicinarsi in uno stile di vita nuovo, apparentemente identico, sospinto dai medesimi desideri; nuova vita lavoro/famiglia per l’uomo e una fuga per la donna. il film si perde nel flusso narrativo. é insolito, il flusso non inizia e finisce come un normale dramma; esso finisce come un deserto. in tutto ciò torna a farsi prepotentemente la natura che attornia i protagonisti, le loro liti e le loro inutili ricerche: una natura che inghiotte e che rigurgita (incipt e riepilogo) mediante il suo corpo, le sue tracce, i suoi buchi neri – le radici dell’albero, i rami sul fiume. la russia ingrigita, freddo é lo specchio di un mondo relazionale che tramonta tanto da far sembrare che non sia mai stato diverso da com’é adesso.

cinema vs televisione

sin dagli inizi della televisione si é usato spesso confrontarla con il cinema – medium di massa molto più anziano. con ciò non mi riferisco naturalmente ai varietà, show eccetera, bensì ad un linguaggio meno dissimile e più correlato alla logica cinematografica: la serie televisiva. quali sono le differenze oggettive che dissociano e differenziano dal punta di vista contestuale la televisione dal cinema?

  • nella televisione, a differenza del cinema, l’autore non é capolista. o meglio, non vi é un esecutore principale (regista) in tutte le puntate di una determinata serie tv – tranne quelle d’autore come Twin Peaks e The Kingdom. In una serie ordinaria il vero “autore” é generalmente il legame sceneggiatore/produttore.
  • nella televisione, generalmente, a differenza del cinema, raramente si hanno a disposizione tempistiche che permettono ai registi di lavorare con una certa armonia o/e autorialità. é un elemento che nella televisione é assai standardizzato – indipendentemente dall’autorialità dell’autore.
  • un altro elemento standardizzato é il bisogno del pubblico. infatti, diversamente dal cinema (almeno direttamente), la serie tv si evolve attraverso il seguito dei parametri strettamente coesi con l’intrattenimento: L’ascolto. anche ammesso di non voler come primo obiettivo L’odiance, l’autore deve sottostare al volere di una logica di marketing che interferisce con l’operato professionale. ad esempio: interferisce L’attore, l’interpretazione di un attore per assecondare un ritmo lavorativo o, meglio, l’operato degli sceneggiatori che sono in qualche modo figli dell’evoluzione di un personaggio. il cinema in questo riesce ancora a discostarsi con una certa rilevanza.

per queste brevi premesse, per altro molto abbozzate, credo sia più che consono pensare alla televisione come una forma d’arte più regredita rispetto a quella del cinema, benché si riesca giustamente a criticare anche quest’ultimo linguaggio, ritenuto da molti stessi come la forma che, oltre a non essere trattata come un’arte (come la televisione, naturalmente), non capta la vera essenza dei corpi, immagine.

(in via di revisione)