Perché Diego Fusaro?

Quando su youtube, quasi per caso, vidi un video di Diego Fusaro che criticava la politica Capitalistica, pensai che L’importante non è il dire sciocchezze in perfetto italiano e con ottimo stile, ma il non dire sciocchezze. Nel continuo ricorso del Fusaro ai molti nomi di un unico fenomeno (il capitalismo) che sarebbe giunto al culmine della sua vicenda e a cui andrebbe riportato ogni evento storico per la sua genesi e il suo senso, trovai assai strane assonanze con antiche teologie sui molti nomi di Dio ma niente di scientifico. Chi si rifà ai poteri forti o alla grande finanza internazionale come a entità reali recitandone moltissimi nomi senza indicarci però mai gli indirizzi di queste entità, ossia le loro posizioni nello spazio e nel tempo che competono a tutti gli enti esistenti e verificabili, costui sta facendo ancora uso di vecchi concetti metafisici, semplici invenzioni dell’immaginazione senza alcun riscontro empirico. Marx, paladino tanto osannato da Fusaro, certo non approverebbe questo costante ricorso ad entità non ubicate nella storia – viceversa i suoi estimatori, ben più numerosi. Tuttavia, Se contasse solo lo scilinguagnolo gli darei senz’altro partita vinta. Ma la sapienza filosofica non basta ad affrontare questioni economiche su cui il filosofo ama esprimersi mostrando però, presumibilmente, di non conoscerne i principi fondamentali. E poiché la filosofia ha molto a che fare con la critica e col dubbio, disturba molto la spropositata quantità di certezze categoriche e apodittiche che il nostro esibisce ma che in realtà hanno solo il tono antiquato e sgarbato delle (pseudo) verità metafisiche (quelle che il popolo oggi chiama senza se e senza ma) e che sono in realtà solo residuati ideologici lasciati da visioni del mondo ormai tramontate. Ma un vero approfondito soggiorno nel pensiero di Marx e di Hegel avrebbe insegnato a non confondere così facilmente il piano della certezza morale con quello della verità scientifica e a non diffondere nozioni ormai esauste e pietrificate come se fossero idee ancora capaci di contenere, esprimere e guidare la nostra vita storica. Tuttavia, nonostante il mio disdegnare ciò che più mi preoccupa davvero non è Diego Fusaro in sé, ma il fatto che egli sia seguito da migliaia di persone, convinti di trovarsi di fronte una figura di spicco della cultura odierna. Di fatto oggi l’uso del copia e incolla non sorvegliato da una qualche competenza sintattica produce non solo pensieri sdruciti ma veri e propri mostri paratattici veramente senza capo né coda. E qui non c’è artificio che possa giovare, perché per contestare il discorso della teoria economica con gli strumenti di Marx bisogna chiudersi nelle formule ormai senza vita delle sue risposte anziché aprirsi al senso energico, disincantato e pragmatico delle sue domande. Il rischio è allora proprio quello tutto culturale di cercare una vera enciclopedia delle scienze e ritrovarsi, un giorno, con una società soggiogata dal Manuale delle Giovani Marmotte.

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10 film horror “migliori” di Shining

la carriera cinematografica di Kubrick è, come ogni Cineasta che non sia profano di un certo tipo di cinema saprà, costellata da alti e bassi, in parte dipesi da una soggiogazione produttiva che non gli concedeva troppe libertà espressive – infatti, secondo molti, decise per questo motivo di trasferirsi in Europa – e in parte da una discontinuità artistica influenzata molto dalla sperimentazione. più di tutti, forse, l’esempio che più rappresenta la discontinuità di Stanley Kubrick è Shining. il film è stato più volte accostato ai grandi film horror più che altro per una motivazione culturale legata all’innovazione tecnica (più di tutti l’utilizzo ossessivo, talvolta immotivato,  della Steadicam) e all’introspezione, caratteristica principale che sfocia nell’esegesi, formando una vera e propria dicotomia con la critica cinematografica: per questo motivo ho deciso di segnalarvi, parlandovene un po’, di qualche film Horror, – quanto meno riconducibili al genere appena citato – che oltre a considerarsi più completi e Liminari non si pongono limiti oggettivi particolarmente rilevanti, influenzati dalla necessità di assoggettargli, senza indugio, un’esegesi senza la quale non sarebbero considerati poco più che dei comprimari.

FUNNY GAMES – Haneke

è un film che si presenta più o meno accessibile a tutti e che pian piano comincia a stridere. e poi comincia a stridere così tanto da allontanare chiunque si sia avvicinato erroneamente. e quando si vede come indipendente dall’essere sé stessa, sorprendentemente la narrazione si riavvolge e basta. più che con strutture narrative o di genere, haneke gioca col cinema stesso, con la sua idea, con l’idea dello spettatore che vi si addentra. E una volta addentratosi gli é difficile uscirne. La contemplazione ne diventa l’unico portavoce. É un film meta horror che travolge, ossessiona e rivoluziona un genere. Un trucco cinematografico riuscito.

ROSEMARY’S BABY – Polanski

l film è un dramma grottesco, un cupo canto d’apocalisse che si chiude nella deformazione di tutte le sagome che l’abitano col pretesto semiotico d’un male assoluto – quello demoniaco. la sua efficacia è proporzionale alla sua ambiguità, la sua ferocia analoga alla sua afflizione. ad attrarci è un senso spudoratamente auto-consapevole di voyeurismo, una somiglianza col demiurgo crudele che regola questo cosmo: a piacere è la sofferenza della protagonista, la sua rovina affratellata alla rovina del mondo che la circonda, è il nostro dolore nel vederla crollare e il nostro spaesamento nel vederla soffrire.

VIDEODROME – Cronenberg

il film è senza dubbio il più riuscito del regista canadese, favorito da un impianto teorico davvero predominante (si può dire che stavolta la trama in sé sia ridotta davvero all’osso) e appesantito da cali registici (ritmici più che altro) non troppo invasivi (da un certo punto in poi il film comincia ad andare di corsa senza neanche avvisare), ottiene una tenuta complessiva estremamente solida. bella è la disinvoltura con la quale vengono inserite scene horror o splatter, costumi grotteschi, trucchi eccessivi. l’atmosfera risulta cupa, serrata e oppressiva.

POSSESSION – Zulawski

forte di più di una scena memorabile (la possessione nella metro e i litigi in famiglia su tutto) il film si configura come un angoscioso caleidoscopio demoniaco: un incubo ad occhi aperti, un girone infernale che cede continuamente il passo alla sua stessa materia, che con analoga insistenza esonda dai suoi auto-imposti limiti comunicativi. feroce, violento, insaziabile, possession è uno sciacallo che divora i resti della cinematografia che lo ha generato.

THE BLAIR WITCH PROJECT – myrick e Sanchez

pietra miliare non soltanto dal punto di vista della riflessione sul fare cinema, di cui qui non ci interessiamo, ma anche sulle possibilità e sui limiti della produzione immaginale. questo cinema affoga nel panico al cospetto di qualcosa che non riesce a mostrare: i suoi protagonisti, impotenti, perdono le speranze all’interno di un ciclo infinito che toglie loro tutto e non concede loro alcunché. vengono infine eliminati da qualcosa di cui si afferra vagamente solo l’eco verbale: da una strega o dal suo fantasma, quindi. oppure da un mostro e dai fantasmi dei bambini che ha ucciso. non è dato di saperlo.

PSYCO – Hitchcock

è, dopo Uccelli e Notorius, il film più riuscito di Hitchcock, in cui costruisce un mondo di oggetti significanti, dalla busta coi dollari al giornale, dal tubo della doccia al coltellaccio, dalla scarpa col tacco alla traccia/bigliettino, tutte cose che restano impresse a fuoco nella memoria dello spettatore. Anthony Perkins iconico, forse oggi soffre di iper-rappresentazione e come tutti i miti teme la polvere del tempo, ma la sua dolcezza ferina è ancor oggi penetrante; dopo i famosi 45 secondi della doccia, erge la lunga sequenza di metodica pulizia del luogo del delitto.

UCCELLI – Hitchcock

Autentico capolavoro e raffinato racconto horror in cui l’orrore non nasce da effetti speciali sanguinolenti, ma da quello che ci circonda e che l’uomo molto spesso, a causa della sua ignoranza e presunzione, tende a ignorare.
Una sceneggiatura che sembra iniziare come una commedia rosa come tante e che si trasforma poi in un thriller angosciante che raggiunge il suo apice nel finale.
In oltre due ore di film nessuna spiegazione viene data per il terrificante fenomeno degli uccelli assalitori, viene invece rappresentato questo fenomeno dal grande regista in modo piu’ che verosimile, tanto che il gran dispiegamento di mezzi per effetti sonori e trucchi ottici richiesero piu’ di un anno di lavorazione.

KAIRO – K. Kurosawa

il piccolo capolavoro di Kurosawa è una riflessione sul cinema e sulle sue possibilità mostrative: o le immagini muoiono (suicidandosi) o svaniscono, o di loro non resta che una traccia confusa e a malapena riconoscibile (lo spirito). è una fuga verso un’ideale non-immagine accompagnata da una tempistica Tarkovskijana: tutto questo mondo vi si dirige costantemente e costantemente ne viene inghiottito.

IL SIGNORE DEL MALE – Carpenter

è forse l’opera cinematografica più sottovalutata della classifica. con una trama così semplice, riesce a tirare fuori alcune scene davvero memorabili, intricate dal perenne conflitto tra fede e scienza e da atmosfere gotiche. Non a caso la vecchia chiesa, l’ambiente principale del film, ricorda molto la storia del topo in trappola in attesa di venir divorato dal serpente. il film è in sostanza un saggio distruttivo, vorace, che demolisce dal primo all’ultimo i suoi cardini strutturali; proprio demolendoli li riafferma, proprio riaffermandoli li costringe a venir demoliti.

IL SEME DELLA FOLLIA – Carpenter

Tutto si svolge in un puzzle esagerato, nel quale quasi mai si capisce cosa è reale, cosa non lo è o cosa è scritto, il protagonista John non comprende, non vuole, rfiuta ciò che vede, razionalizza, forse anche un pò per deformazione professionale, essendo un investigatore assicurativo alquanto cinico e risoluto, personaggio hce fino alla fine, tenterà una via d’uscita plausibile e “logica”, che non troverà mai, più. Il film è in qualche modo un abilissimo gioco di specchi, ma è anche una feroce presa di coscenza sul declino morale del mondo, sempre più sbandato e privo di punti di riferimento, in preda a fenomeni di culto ed isteria collettiva dettata dal consumismo. Una pellicola angosciante e perversa, coinvolgente e inquietante con un finale che, nella sua estrema crudeltà, ha anche un vago sapore ironico

LOVELESS di zvyagintsev

Zhenya e Boris hanno deciso di divorziare. Non si tratta però di una separazione pacifica, carica com’è di rancori, risentimenti e recriminazioni. Entrambi hanno già un nuovo partner con cui iniziare una nuova fase della loro vita. C’è però un ostacolo difficile da superare: il futuro di Alyosha, il loro figlio dodicenne, che nessuno dei due ha mai veramente amato. Il bambino un giorno scompare… quello di Zvyagintsev é un cinema più politico che mai, che coesiste in un mondo sociale ben definito, tendente all’estremizzazione dell’esasperazione, chiuso tra i “poteri forti” (stato, azienda – chiesa) – una struttura molto semplificata, elementare, a suo modo atroce. In una società così disfunzionale resta un’unica speranza: il volontariato. La presenza di uomini e donne che, senza alcun compenso e con elevata preparazione, si impegnano nella ricerca di Alyosha, è l’unica fonte di calore in un panorama algido. al suo interno ogni sagoma ripercorre i propri errori, procurando uno sfogo alle proprie necessità e alla propria visione pessimistica del mondo: entrambi i genitori chiudono un capitolo della loro vita per avvicinarsi in uno stile di vita nuovo, apparentemente identico, sospinto dai medesimi desideri; nuova vita lavoro/famiglia per l’uomo e una fuga per la donna. il film si perde nel flusso narrativo. é insolito, il flusso non inizia e finisce come un normale dramma; esso finisce come un deserto. in tutto ciò torna a farsi prepotentemente la natura che attornia i protagonisti, le loro liti e le loro inutili ricerche: una natura che inghiotte e che rigurgita (incipt e riepilogo) mediante il suo corpo, le sue tracce, i suoi buchi neri – le radici dell’albero, i rami sul fiume. la russia ingrigita, freddo é lo specchio di un mondo relazionale che tramonta tanto da far sembrare che non sia mai stato diverso da com’é adesso.

cinema vs televisione

sin dagli inizi della televisione si é usato spesso confrontarla con il cinema – medium di massa molto più anziano. con ciò non mi riferisco naturalmente ai varietà, show eccetera, bensì ad un linguaggio meno dissimile e più correlato alla logica cinematografica: la serie televisiva. quali sono le differenze oggettive che dissociano e differenziano dal punta di vista contestuale la televisione dal cinema?

  • nella televisione, a differenza del cinema, l’autore non é capolista. o meglio, non vi é un esecutore principale (regista) in tutte le puntate di una determinata serie tv – tranne quelle d’autore come Twin Peaks e The Kingdom. In una serie ordinaria il vero “autore” é generalmente il legame sceneggiatore/produttore.
  • nella televisione, generalmente, a differenza del cinema, raramente si hanno a disposizione tempistiche che permettono ai registi di lavorare con una certa armonia o/e autorialità. é un elemento che nella televisione é assai standardizzato – indipendentemente dall’autorialità dell’autore.
  • un altro elemento standardizzato é il bisogno del pubblico. infatti, diversamente dal cinema (almeno direttamente), la serie tv si evolve attraverso il seguito dei parametri strettamente coesi con l’intrattenimento: L’ascolto. anche ammesso di non voler come primo obiettivo L’odiance, l’autore deve sottostare al volere di una logica di marketing che interferisce con l’operato professionale. ad esempio: interferisce L’attore, l’interpretazione di un attore per assecondare un ritmo lavorativo o, meglio, l’operato degli sceneggiatori che sono in qualche modo figli dell’evoluzione di un personaggio. il cinema in questo riesce ancora a discostarsi con una certa rilevanza.

per queste brevi premesse, per altro molto abbozzate, credo sia più che consono pensare alla televisione come una forma d’arte più regredita rispetto a quella del cinema, benché si riesca giustamente a criticare anche quest’ultimo linguaggio, ritenuto da molti stessi come la forma che, oltre a non essere trattata come un’arte (come la televisione, naturalmente), non capta la vera essenza dei corpi, immagine.

(in via di revisione)

NYMPHOMANIAC – riflessione

ho sentito e letto numerosissime critiche sull’ultimo film di Von Trier. prima fra tutte l’accusa di una narrazione idiota e priva di un qualche fondamento psicologico. ma questa critica é rivolta principalmente al racconto della protagonista, parte integrante del film che secondo molti, appunto, accuserebbe problemi di comunicazione (come una scarsa trasposizione di quello che sono i comportamenti umani, soprattutto quelli più basilari ed elementari – questo almeno a livello superficiale, apparente). ma il fulcro di questa critica credo non riesca a reggere. perché? rispondo a questa domanda con un’altra domanda: che cos’é Nymphomaniac? bene, l’ultimo prodotto del regista danese uscito nelle sale cinematografiche parla di una ninfomane, apparentemente, che viene trovata per strada da una specie di prete e portata a casa di quest’ultimo. in questa casa la protagonista inizierà la sua epopea narrativa di ben, quasi, quattro ore sulla sua vita, ritenuta da lei stessa come la esemplificazione del male. allora, che cosa c’é che non va, o, meglio, che cosa non credo che nella critica verso la credibilità della narrazione non vada? il semplice inequivocabile fatto che la narrazione altro non é che il racconto/visione “Joyciana”, non propriamente detto, della protagonista. e chi é la protagonista? appunto, chi é la protagonista? una ninfomane? ne siamo sicuri? non potrebbe essere, risultandone dalla sua esternazione/narrazione una nevrotica? e che cosa fanno le nevrotiche, in genere, più di qualunque altra cosa? mentono per apparire. mentono per esistere. Mentono agli altri e anche a loro stesse. L’idea di critica per questo film credo che sia molto più difficile di quanto sembri. infatti dal racconto della protagonista si evincono molte peculiarità narrative che rimandano ai cosiddetti casi di nevrosi femminile. c’é la tendenza continua all’esagerazione psicologico (esternazioni, crisi) e anche un’eccessivo uso dello sporco (inteso come ambiente), del pornografico, del grottesco in chiave onirica e dello stereotipo rivolto a quasi tutti i personaggi che prendono parte nel racconto della donna (fondamentali i due ragazzi di colore e i pazienti in cura dalla psicoterapeuta) quindi il racconto è il trastullamento mentale/visivo della protagonista? non é che sto confondendo esegesi con critica? non lo so, tuttavia sono convito che Nymphomaniac non é un film dalla sterilità così ampia da meritarsi critiche per la ragion propria più sterili del film stesso, soprattutto dopo aver valutato che non é un film così lineare come ci si possa aspettare… o forse sto solo cercando di arrampicarmi sugli specchi per difendere un film che ho adorato?

The Greatest Showman

sospeso sul filo dei suoi temi abbozzati, offre a tutti un po’, compreso un po’ di rapporto showman sognatore-critico tedioso e moralista stile Birdman, un po’ di La La Land (stessi compositori per la scrittura dei testi, ma partitura altrui), un po’ di The Prestige senza il prestige, non solo perché lo stupore è più dichiarato che effettivo, ma perché alle spalle del Barnum sognatore, c’è pur sempre l’ombra dello spregiudicato personaggio reale di cui si conserva, nella generale edulcorazione, il principio dell’accontentare tutti che, se non vado errato, alcuni psicologi definirono in un modo che ora non mi viene in mente. in pratica, in sede sperimentale si carpì che era una capacità di fornire a una moltitudine un pacchetto così generico di proposte da rendere possibile a ciascuno identificarvisi (è il principio dell’immedesimazione nei profili generali degli oroscopi) – principio il cui paraculismo é fuori discussione. In The Greatest Showman, particolarità del film, tutti gli animali presenti, ben pochi peraltro, sono in CGI (la PETA ha tuttavia protestato contro la visione romantica di quello che ritiene essere stato un gigantesco meccanismo di sfruttamento). La storia reale si è comunque conclusa puntuale per l’uscita del film. concludendo, il film é continuamente soggiogato, per tutta la durata, dal suo Autocitazionismo e autoreferenzialismo posto ai massimi livelli, per nulla compensato dalla sua narrazione che non vado a commentare per non cedere allo snobismo critico – e poi non mi va. é un film che, credo, si salva principalmente solo per un discorso meramente tecnico, estetico. bello ma al contempo tremendamente superficiale…

Hancock

Ce la farà il nostro scorbutico, ubriacone, sporco supereroe a salvare il mondo e a diventare un simpatico beniamino del pubblico? Certo, l’eroe burbero in mano alla superstar Smith è assai spassoso. Ma la cura che il copione gli impone è ammorbante: buone maniere, brand e costumino, pubbliche relazioni, political correctness, legalismo. (E senza alcuna ironia). L’anomalia di Hancock arriva improvvisa: un paio di colpi di scena incredibili smantellano le attese e mutano bruscamente toni e umori della pellicola. La contaminazione, però, è confusa e l’effetto parecchio dubbio. La bravura di Will Smith che gigioneggia con grande spirito sul suo personaggio e la bellezza ammaliante di Charlize Theron non riescono a reggere i meccanismi di un prodotto che, nel suo sviluppo, si perde drasticamente e che, infine, conserva come unico scopo quello di sbancare il botteghino e catturare lo spettatore in cerca della battuta e del divertimento, inutilmente, scurrile.

é una specie di aborto a metà. perché a metà? perché viene “salvato” da un Peter Berg che si é impegnato per non far scadere la pellicola troppo nel ridicolo. anzi, bisognerebbe quasi elogiarlo, perché gli effetti speciali e visivi all’interno della pellicola non solo non strabordano ma risultano anche più efficaci e professionali di quasi tutti i filmetti sui supereroi che vanno tanto di moda negli ultimi anni. concludendo, é un vero peccato perché il potenziale c’era. anzi, con un’altra sceneggiatura più impegnata e meno facilona il prodotto sarebbe potuto essere quasi efficace.

Ps: Charlize Theron è più trombabile di sempre.