LOVELESS di zvyagintsev

Zhenya e Boris hanno deciso di divorziare. Non si tratta però di una separazione pacifica, carica com’è di rancori, risentimenti e recriminazioni. Entrambi hanno già un nuovo partner con cui iniziare una nuova fase della loro vita. C’è però un ostacolo difficile da superare: il futuro di Alyosha, il loro figlio dodicenne, che nessuno dei due ha mai veramente amato. Il bambino un giorno scompare… quello di Zvyagintsev é un cinema più politico che mai, che coesiste in un mondo sociale ben definito, tendente all’estremizzazione dell’esasperazione, chiuso tra i “poteri forti” (stato, azienda – chiesa) – una struttura molto semplificata, elementare, a suo modo atroce. In una società così disfunzionale resta un’unica speranza: il volontariato. La presenza di uomini e donne che, senza alcun compenso e con elevata preparazione, si impegnano nella ricerca di Alyosha, è l’unica fonte di calore in un panorama algido. al suo interno ogni sagoma ripercorre i propri errori, procurando uno sfogo alle proprie necessità e alla propria visione pessimistica del mondo: entrambi i genitori chiudono un capitolo della loro vita per avvicinarsi in uno stile di vita nuovo, apparentemente identico, sospinto dai medesimi desideri; nuova vita lavoro/famiglia per l’uomo e una fuga per la donna. il film si perde nel flusso narrativo. é insolito, il flusso non inizia e finisce come un normale dramma; esso finisce come un deserto. in tutto ciò torna a farsi prepotentemente la natura che attornia i protagonisti, le loro liti e le loro inutili ricerche: una natura che inghiotte e che rigurgita (incipt e riepilogo) mediante il suo corpo, le sue tracce, i suoi buchi neri – le radici dell’albero, i rami sul fiume. la russia ingrigita, freddo é lo specchio di un mondo relazionale che tramonta tanto da far sembrare che non sia mai stato diverso da com’é adesso.

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cinema vs televisione

sin dagli inizi della televisione si é usato spesso confrontarla con il cinema – medium di massa molto più anziano. con ciò non mi riferisco naturalmente ai varietà, show eccetera, bensì ad un linguaggio meno dissimile e più correlato alla logica cinematografica: la serie televisiva. quali sono le differenze oggettive che dissociano e differenziano dal punta di vista contestuale la televisione dal cinema?

  • nella televisione, a differenza del cinema, l’autore non é capolista. o meglio, non vi é un esecutore principale (regista) in tutte le puntate di una determinata serie tv – tranne quelle d’autore come Twin Peaks e The Kingdom. In una serie ordinaria il vero “autore” é generalmente il legame sceneggiatore/produttore.
  • nella televisione, generalmente, a differenza del cinema, raramente si hanno a disposizione tempistiche che permettono ai registi di lavorare con una certa armonia o/e autorialità. é un elemento che nella televisione é assai standardizzato – indipendentemente dall’autorialità dell’autore.
  • un altro elemento standardizzato é il bisogno del pubblico. infatti, diversamente dal cinema (almeno direttamente), la serie tv si evolve attraverso il seguito dei parametri strettamente coesi con l’intrattenimento: L’ascolto. anche ammesso di non voler come primo obiettivo L’odiance, l’autore deve sottostare al volere di una logica di marketing che interferisce con l’operato professionale. ad esempio: interferisce L’attore, l’interpretazione di un attore per assecondare un ritmo lavorativo o, meglio, l’operato degli sceneggiatori che sono in qualche modo figli dell’evoluzione di un personaggio. il cinema in questo riesce ancora a discostarsi con una certa rilevanza.

per queste brevi premesse, per altro molto abbozzate, credo sia più che consono pensare alla televisione come una forma d’arte più regredita rispetto a quella del cinema, benché si riesca giustamente a criticare anche quest’ultimo linguaggio, ritenuto da molti stessi come la forma che, oltre a non essere trattata come un’arte (come la televisione, naturalmente), non capta la vera essenza dei corpi, immagine.

(in via di revisione)

NYMPHOMANIAC – riflessione

ho sentito e letto numerosissime critiche sull’ultimo film di Von Trier. prima fra tutte l’accusa di una narrazione idiota e priva di un qualche fondamento psicologico. ma questa critica é rivolta principalmente al racconto della protagonista, parte integrante del film che secondo molti, appunto, accuserebbe problemi di comunicazione (come una scarsa trasposizione di quello che sono i comportamenti umani, soprattutto quelli più basilari ed elementari – questo almeno a livello superficiale, apparente). ma il fulcro di questa critica credo non riesca a reggere. perché? rispondo a questa domanda con un’altra domanda: che cos’é Nymphomaniac? bene, l’ultimo prodotto del regista danese uscito nelle sale cinematografiche parla di una ninfomane, apparentemente, che viene trovata per strada da una specie di prete e portata a casa di quest’ultimo. in questa casa la protagonista inizierà la sua epopea narrativa di ben, quasi, quattro ore sulla sua vita, ritenuta da lei stessa come la esemplificazione del male. allora, che cosa c’é che non va, o, meglio, che cosa non credo che nella critica verso la credibilità della narrazione non vada? il semplice inequivocabile fatto che la narrazione altro non é che il racconto/visione “Joyciana”, non propriamente detto, della protagonista. e chi é la protagonista? appunto, chi é la protagonista? una ninfomane? ne siamo sicuri? non potrebbe essere, risultandone dalla sua esternazione/narrazione una nevrotica? e che cosa fanno le nevrotiche, in genere, più di qualunque altra cosa? mentono per apparire. mentono per esistere. Mentono agli altri e anche a loro stesse. L’idea di critica per questo film credo che sia molto più difficile di quanto sembri. infatti dal racconto della protagonista si evincono molte peculiarità narrative che rimandano ai cosiddetti casi di nevrosi femminile. c’é la tendenza continua all’esagerazione psicologico (esternazioni, crisi) e anche un’eccessivo uso dello sporco (inteso come ambiente), del pornografico, del grottesco in chiave onirica e dello stereotipo rivolto a quasi tutti i personaggi che prendono parte nel racconto della donna (fondamentali i due ragazzi di colore e i pazienti in cura dalla psicoterapeuta) quindi il racconto è il trastullamento mentale/visivo della protagonista? non é che sto confondendo esegesi con critica? non lo so, tuttavia sono convito che Nymphomaniac non é un film dalla sterilità così ampia da meritarsi critiche per la ragion propria più sterili del film stesso, soprattutto dopo aver valutato che non é un film così lineare come ci si possa aspettare… o forse sto solo cercando di arrampicarmi sugli specchi per difendere un film che ho adorato?

The Greatest Showman

sospeso sul filo dei suoi temi abbozzati, offre a tutti un po’, compreso un po’ di rapporto showman sognatore-critico tedioso e moralista stile Birdman, un po’ di La La Land (stessi compositori per la scrittura dei testi, ma partitura altrui), un po’ di The Prestige senza il prestige, non solo perché lo stupore è più dichiarato che effettivo, ma perché alle spalle del Barnum sognatore, c’è pur sempre l’ombra dello spregiudicato personaggio reale di cui si conserva, nella generale edulcorazione, il principio dell’accontentare tutti che, se non vado errato, alcuni psicologi definirono in un modo che ora non mi viene in mente. in pratica, in sede sperimentale si carpì che era una capacità di fornire a una moltitudine un pacchetto così generico di proposte da rendere possibile a ciascuno identificarvisi (è il principio dell’immedesimazione nei profili generali degli oroscopi) – principio il cui paraculismo é fuori discussione. In The Greatest Showman, particolarità del film, tutti gli animali presenti, ben pochi peraltro, sono in CGI (la PETA ha tuttavia protestato contro la visione romantica di quello che ritiene essere stato un gigantesco meccanismo di sfruttamento). La storia reale si è comunque conclusa puntuale per l’uscita del film. concludendo, il film é continuamente soggiogato, per tutta la durata, dal suo Autocitazionismo e autoreferenzialismo posto ai massimi livelli, per nulla compensato dalla sua narrazione che non vado a commentare per non cedere allo snobismo critico – e poi non mi va. é un film che, credo, si salva principalmente solo per un discorso meramente tecnico, estetico. bello ma al contempo tremendamente superficiale…

Hancock

Ce la farà il nostro scorbutico, ubriacone, sporco supereroe a salvare il mondo e a diventare un simpatico beniamino del pubblico? Certo, l’eroe burbero in mano alla superstar Smith è assai spassoso. Ma la cura che il copione gli impone è ammorbante: buone maniere, brand e costumino, pubbliche relazioni, political correctness, legalismo. (E senza alcuna ironia). L’anomalia di Hancock arriva improvvisa: un paio di colpi di scena incredibili smantellano le attese e mutano bruscamente toni e umori della pellicola. La contaminazione, però, è confusa e l’effetto parecchio dubbio. La bravura di Will Smith che gigioneggia con grande spirito sul suo personaggio e la bellezza ammaliante di Charlize Theron non riescono a reggere i meccanismi di un prodotto che, nel suo sviluppo, si perde drasticamente e che, infine, conserva come unico scopo quello di sbancare il botteghino e catturare lo spettatore in cerca della battuta e del divertimento, inutilmente, scurrile.

é una specie di aborto a metà. perché a metà? perché viene “salvato” da un Peter Berg che si é impegnato per non far scadere la pellicola troppo nel ridicolo. anzi, bisognerebbe quasi elogiarlo, perché gli effetti speciali e visivi all’interno della pellicola non solo non strabordano ma risultano anche più efficaci e professionali di quasi tutti i filmetti sui supereroi che vanno tanto di moda negli ultimi anni. concludendo, é un vero peccato perché il potenziale c’era. anzi, con un’altra sceneggiatura più impegnata e meno facilona il prodotto sarebbe potuto essere quasi efficace.

Ps: Charlize Theron è più trombabile di sempre.

MOMMY di Xavier Dolan

Una madre vedova è costretta a riprendere la custodia del figlio, un quindicenne affetto dalla sindrome da deficit di attenzione – e anche altro – dopo l’ennesimo episodio violento di cui si è reso protagonista nel’istituto in cui è ricoverato. La donna trova nuova speranza quando una vicina si inserisce nella sua famiglia. Tra continui primi piani, strizzate d’occhio, parossismi melodrammatici, rovesciamenti drammatici di plateale pretestuosità e gratuità, Mommy si immerge nel cul-de-sac emotivo dei suoi personaggi variamente borderline, enfatizzando la loro irrimediabile lontananza da qualsiasi integrazione sociale minimamente regolare. gli scontri verbali sono anche più che mai fisici, e più che mai sia intrattenitivi sia tesi. le scene di tranquillità tra un litigio e l’altro e quelle in cui l’atmosfera si distende riescono ad accedere a una zona di commozione che invece gli altri film di dolan raramente riuscivano a raggiungere. tuttavia, in questo film l’incontro col mondo è sempre e comunque sterilmente ostile, e dunque subito dopo la prospettiva visuale si restringe di nuovo e ritorna “ombelicale”, su misura del bozzolo in cui i personaggi patologicamente si rinchiudono. (non di parla dei protagonisti ma delle loro espressività, per giunta con troppa esaustività). per quasi tutta la durata del film si hanno due bande nere laterali che chiudono il campo visivo della ripresa. in questo modo, lo sguardo si sofferma sui personaggi osservati uno ad uno senza 16:9 quasi come su di una fototessera. quando le bande scompaiono (in un momento centrale di benessere e verso la fine) il ritmo si distende ma la regia si fa anche più banale. è come se nel benessere dell”apertura’ dolan sentisse di perdere anche il suo contatto con i personaggi e con una narrazione puramente emozionale, il che più che un difetto registico, a livello superficiale, riesce a sembrare una trovata stilistica vera e propria (pur forse inconsapevole), ma che non cessa di risultare, anche dopo la visione, come un qualcosa di estremamente pretenzioso, ai limiti del sopportabile.

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concludendo, la disfunzionalità della situazione e dei personaggi viene restituita da Dolan con mezzi espressivi sicuramente, sottilmente e “clinicamente” adeguati. Può lasciare perplessi (e sicuramente lascia parecchio perplesso il sottoscritto) lo sbracato compiacimento con cui lo fa, così come l’insistenza con cui l’enfant prodige del Quebec vuole a tutti i costi farci amare, facendoci ridere e soffrire con loro, personaggi che, francamente, non dovrebbero meritarselo. un film a tratti retorico che riguarda una tematica che di retorico non dovrebbe avere un bel niente, quantomeno all’apparenza. é un film che ci esaspera ma ci emoziona.

 

AMNESIA: THE DARK DESCENT

Il nostro risveglio nel vetusto e inquietante castello Prussiano di Brennenburg, darà il via ad un terrificante viaggio attraverso le profondità dell’antico maniero. La nostra missione sarà quella di trovare e uccidere Alexander di Brennenburg, l’uomo colpevole della nostra infelice situazione. A metterci al corrente di tutto sarà un breve appunto datato 1839, scritto da noi stessi prima di causarci l’amnesia con una pozione. Saranno proprio le lettere e i documenti che troveremo all’interno del castello che ci permetteranno di far luce sul nostro passato, raccontandoci di un’affascinante spedizione archeologica in Algeria, del ritrovamento di un misterioso e antico manufatto e di come la nostra vita si sia malauguratamente intrecciata con quella di Alexander. Un racconto dal sapore fortemente lovecraftiano, che mostra ancora una volta come i Frictional amino e conoscano profondamente “il solitario di Providence”. In Amnesia non si respirerà solo Lovecraft, ma anche Poe, Bierce e Hodgson, facendo di questo gioco la trasposizione videoludica dell’horror letterario più classico ed evocativo.

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Come già accennato, la meccanica di gioco prende generosamente ispirazione dagli FPS. La visuale è in soggettiva, con i movimenti principali gestiti dalla tastiera e la rotazione dello sguardo è affidata al nostro caro topastro. Il mouse sarà utile anche per afferrare e lanciare gli oggetti, oltre che per interagire con le leve e i macchinari vari che troveremo nel maniero. Quando sarà possibile interagire con un oggetto, l’icona del mouse si trasformerà in una mano. Con la tastiera gestiremo invece tutto il resto, compresa la possibilità di saltare, correre e chinarsi. Amnesia non è un’avventura grafica nel senso letterale del termine, per cui gli enigmi ricoprono un aspetto secondario e puramente funzionale ad altri scopi come l’esplorazione. Nella maggior parte dei casi il nostro compito sarà quello di recuperare particolari oggetti sparsi per le stanze del maniero, avendo quindi un utile pretesto per girovagare ed esplorare. Alcuni puzzle si basano sulla fisica di gioco, altri invece richiederanno l’uso dell’astuzia oppure della semplice abilità per liberarsi da pericolose situazioni. Gli enigmi veri e propri sono davvero esigui e comunque non troveremo mai niente di troppo astruso o complicato, la soluzione sarà sempre alla portata di mano. il mostro, o meglio i due mostri che caratterizzano il gioco incutono paura, soprattutto per un uso molto corposo dell’audio che fungerà da edulcorazione per intrattenere il videogiocatore durante tutta la narrazione – esemplare e assolutamente singolare il suono rimbombante che si ode durante gli inseguimenti con i due mostri (inseguimenti nei quali non bisognerà in alcun modo scappare e al contempo dare un occhiata all’inseguitore – per giunta più veloce), situazione che non farà che peggiorare la sanità mentale del protagonista. una sanità rappresentata attraverso giochi d’immagine come quello che vedete in basso.

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Tirando le fila del discorso, Amnesia non delude le aspettative, centrando in pieno l’obbiettivo che si propone: incutere paura, ma tutto il resto è puramente accessorio. l’intero prodotto accusa una notevole ridondanza narrativa e, soprattutto, macchinosa. solo le ambientazioni di discostano da questa sterilità stilistica. è sicuramente un videogioco efficace, per certi versi anche molto singolare e originale, ma, fenomenologicamente e strutturalmente (tecnica e narrazione), non trascende in nessun modo oltre la sua efficacia.