HANNIBAL di Ridley Scott

Hannibal è fuggito e si nasconde a Firenze, è diventato il professor Fell, un colto bibliofilo. Su di lui c’è una taglia di tre milioni di dollari, messa privatamente da una sua antica vittima, orrendamente sfigurata (Oldman). La didascalia di lancio americana era “quanto tempo può nascondersi un uomo prima di tornare a fare ciò che meglio gli riesce?”. E Hannibal non resiste poi tanto. Di lui già sospetta l’ispettore Pazzi (Giannini) che ha bisogno di soldi e poi riappare la famosa agente FBI Clarice, che non è più Jodie Foster ma Julianne Moore. nel 1986 il noto serial-killer “lituano” sta per entrare nell’immaginario collettivo per non uscirne piu’. Solo che e’ troppo presto, il pubblico ha bisogno di un impatto piu’ spettacolare e puerile, Brian Cox non e’ carismatico come Anthony Hopkins e la distribuzione non crede pienamente nel progetto. Cosi’ il bello, intelligente, realistico e visionario “Manhunter frammenti di un omicidio” di Michael Mann, passa come una meteora e non lascia postumi, se non nei pochi che lo hanno visto. La vera consacrazione arriva dopo qualche anno con Hannibal Lecter protagonista assoluto de “Il silenzio degli innocenti”. Tra i tanti pregi del film, colpisce la sottile morbosità, anche se improbabile, con cui lo spettatore si ritrova inconsciamente a parteggiare per lo spietato serial-killer, cannibale feroce ma anche abile manipolatore, capace di scavare in profondita’ negli irrisolti meandri psicologici del suo interlocutore. E’ il trionfo, e la matrice comune dei romanzi di Thomas Harris porta lo scrittore alla scelta quasi obbligata (se non altro per le sue tasche) di un ulteriore seguito, fatto su misura per la star Anthony Hopkins. Ecco cosi’ giungere sugli schermi, dopo il discusso successo editoriale e la dettagliata cronaca delle diverse fasi della lavorazione del film, il tanto atteso “Hannibal”. Difficile essere obiettivi con cosi’ tante aspettative, ma tentando di mantenere un candore di visione privo di pregiudizi (missione quasi impossibile), bisogna riconoscere che il film funziona. Nuocciono i paragoni con i due lungometraggi che lo hanno preceduto perche’ le intenzioni sembrano puntare, pur mantenendo la “tensione” psicologica tra i protagonisti, edulcorata e banalizzata, soprattutto su un grande spettacolo. E Ridley Scott riesce ad imprimere un taglio personale che, se non conquista, riesce comunque ad avvincere. L’incedere notturno di Hopkins/Hannibal in una Firenze caotica, ricorda marginalmente il vagare di Harrison Ford nella Los Angeles del 2019. Anthony Hopkins mantiene carisma e fascino (anche se a piedi nudi in versione dandy casalinga rischia un po’ il ridicolo – soprattutto perché Lecter è nato come personaggio ignoto) ma e’ Hannibal ad essere meno affascinante e il predominare del lato sentimentale su quello viscerale lo rende meno imprevedibile e spaventoso. In fondo alla fine diventa una sorta di supereroe romantico che libera il mondo, a modo suo, da chi lo inquina – visione quanto mai esilarante – tramutando l’intero prodotto da thriller a horror; grazie anche ad un finale troppo grezzo, improbabile e di cattivo gusto. Julianne Moore sostituisce egregiamente Jodie Foster, anche se appare meno vulnerabile e più stereotipata – ricordando molto il cast femminile del primo CSI. ottimo Giancarlo Giannini, protagonista della parte fiorentina e ben strutturata la sceneggiatura, capace di rendere fluidi la visione e il collegamento degli eventi. Sulla paura ancestrale delle pulsioni, ha pero’ la meglio il ribrezzo, e la fascinazione del male non diventa mai protagonista. Cio’ che viene mostrato toglie ambiguita’ e impedisce al film di lavorarti dentro e di porre domande. In fondo Ridley Scott si conferma un bravo regista di intrattenimento e mantiene una tensione capace di coinvolgere per il tempo della visione – nonostante agli occhi più tecnici risulti bolso e forzato – ma non lascia spazio a strascichi emotivi. Può sembrare poco ma, come gia’ detto, cio’ che veramente nuoce e’ il confronto con il diverso spessore dei due film che lo hanno preceduto.

In sostanza Hannibal è un accurato prodotto da consumare. L’altro, Il silenzio degli innocenti, era un'”Opera” meritevole di tutti i riconoscimenti.

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LA CAMPAGNA FAKE NEWS DELLA CIA

La campagna astuta della Russia per strumentalizzare l’elezione del 2016 può sembrare senza precedenti, ma in un certo senso non lo è. Certo, gli agenti segreti e i gruppi frontali hanno attaccato i sistemi elettronici, hanno scaricato documenti su WikiLeaks, pagato un esercito di troll internet e hanno usufruito di migliaia di persone per acquistare annunci politici sui social media. Tutto sembra nuovo perché le tecnologie sono nuove. Ma non è la prima volta che un governo ha provato a mettere in pericolo le nostre menti attraverso la manipolazione dei media.
Infatti, per più di due decadi durante la guerra fredda, il pubblico è stato bombardato da un’enorme campagna pubblicitaria per formare le opinioni dei cittadini americani sulla Russia e sulla sua politica estera. Gli annunci sono comparsi su ogni rete televisiva, su ogni stazione radio e su centinaia di giornali nell’intero continente; che a detta di molti potrebbe essere considerata come la pubblicità più immensa e omologante nella storia americana. orchestrata da un grande e potente servizio di intelligence: the Central Intelligence Agency, o meglio nota come CIA.
Tutto è iniziato come il prologo di un film; Mentre la guerra fredda stava per manifestarsi, la CIA decise di assumere il sopravvento sul territorio americanizzato e in via di americanizzazione (Cuba, Sud America) e pseudo anticomunista (Cecoslovacchia, Iugoslavia). Quindi, nel 1950, ha creato Radio Free Europe, una stazione di radiodiffusione sponsorizzata dal governo. con ogni probabilità, ha fornito notizie imparziali per i paesi dell’Europa dell’est, ma in realtà l’intelligence ha usato tale propaganda principalmente per creare una campagna sovversiva allo scopo di indebolire l’influenza dei governi comunisti dietro la cortina di ferro.
Ma come nascondere la mano della CIA? Come spiegare i milioni di dollari dell’agenzia versati nella stazione di radiodiffusione? Semplice: fingere che i cittadini americani stiano pagando le bollette. mi spiego meglio;
Frank Wisner, funzionario della CIA, ha creato un gruppo anteriore ben incorporato e interconnesso, il Comitato Nazionale per un’Europa Libera. Ogni anno si svolgeva un’enorme campagna di raccolta fondi denominata Crusade for Freedom (successivamente denominata Radio Free Europe Fund) che implorava gli americani a donare “dollari di libertà” per combattere le bugie dei Cremlinesi (comunisti orientali ed occidentali di opposizione), attraverso appelli annuali non molto dissimili dalla propaganda militare che vigeva durante la Seconda Guerra Mondiale (NPR, giornali, cinema). Ogni presidente, da Harry Truman a Richard Nixon, ha approvato la campagna. e Così facevano anche centinaia di governatori, sindaci, celebrità, redattori e dirigenti. Gli intrattenitori come Ronald Reagan, Rock Hudson, Jerry Lewis e il Kingston Trio hanno invocato donazioni in radio e in televisione. I produttori di Hollywood, Darryl Zanuck e Cecil B. DeMille hanno amplificato questi messaggi, esattamente come altre potentissimi personaggi del calibro di Bill Paley, presidente della CBS; CD Jackson, l’editore di Fortune; ed Henry Luce; il padre del giornalismo illustrativo e cofondatore del Time. persino la gioventù veniva esortata a sollecitare la popolazione a donare.

Poi c’era il Consiglio Ad, l’organizzazione che fece diventare L’orso Smokey , insieme al New York State Forest Rangers, un’icona culturale. Il consiglio ha sponsorizzato la crociata come servizio pubblico, organizzando per le emittenti tv una pubblicazione mastodontica di annunci senza costo.
Il messaggio che si è voluto indottrinare attraverso tutta questa frenesia è semplice: la Russia era aggressiva; Il comunismo era terribile. Il nemico non poteva essere un amico. Gli annunci tipici hanno trasmesso una visione estremamente brutalizzata della vita del cittadino tipo dell’unione sovietica: “contro la l’inferno terra-comunista!”, si legge. “Donare un paio di dollari potrebbe risparmiare ceceni, polacchi, ungheresi e altri da questa tirannia!”. Molte migliaia di americani hanno imboccato l’esca. Hanno regalato potere e influenza mediatica a Radio Free Europe, e i loro contributi sono stati ingranditi dai regali – talvolta tangente – di molte delle più grandi corporazioni del paese, cedendo in media circa 1 milione di dollari all’anno.
Non bastò: le donazioni a malapena raggiungevano la quota del costo della gestione degli “azionamenti di raccolta fondi”, per non parlare della cifra, all’epoca astronomica,  del budget annuale di 30 milioni di Radio Free Europe. Ma non era questo il punto.
I documenti non classificati rivelano che, fin dall’inizio, la CIA ha potuto sfruttare la campagna di raccolta fondi come condotto per la propaganda domestica. È stato un modo per fomentare il sostegno pubblico alla guerra fredda, drammatizzando la repressione comunista e alimentando i timori di una minaccia mondiale, convincendo la popolazione che La situazione dell’Europa orientale doveva essere migliorata attraverso il sostegno della politica degli Stati Uniti D’America – un impiccio che ha fruttato anche alle corporazioni (multinazionali).

Il suo impatto, tuttavia, è stato sottovalutato. Anche se la campagna per le donazioni  concluse nel 1971, quando la CIA iniziò a scandalizzare la comunità internazionale, smettendo quindi di finanziare la stazione, riuscirono a cementare l’ostilità anticomunista che animò l’opposizione conservatrice negli anni ’70. un ostilità che Fornì il motivo legale per le denunce di Ronald Reagan sull’ “impero malvagio” negli anni ’80, finalizzato anche a distrarre l’opinione pubblica sulla presidenza servile e inefficiente dell’ex attore di Hollywood. la campagna della CIA, nonostante la vecchiaia, detiene una forte influenza ancora oggi; basta ascoltare la propaganda nel recente intervento di Donald Trump alle Nazioni Unite: la sua lunga digressione sui mali del socialismo sembra tratto dalla retorica affabulatoria degli annunci passati; un mix di autorità Nixiana edulcorata con simpatia Reaganiana.

concludendo, anche l’epoca postmoderna in cui viviamo è ancora, nonostante la maggioranza qualunquista, influenzata dalla campagna di diffamazione più immensa e che la storia ricordi. La crociata è riuscita ad omologare il cittadino a pensare che l’informazione “nemica” e “antiamericana” è fonte di plebiscito, bufala e anarchica.  -ovvero, notizie false. Questa contro propaganda ha cercato di inoculare il pubblico dall’essere ricettivo a qualsiasi cosa disse dall’altro lato. È una tattica che abbiamo visto in tempo reale sul feed Twitter del presidente Donald Trump.
E quasi certamente, la stessa Radio Free Europe – che continua ad operare fuori della sua sede (Praga) – ha modellato e strumentalizzato la visione del mondo di Vladimir Putin. La Russia ha da tempo cercato di rivendicare l’Europa orientale come sua principale area d’influenza. Mosca odiava la stazione per la sua intromissione. Come funzionario del KGB, il sig. Putin ha trascorso molti dei suoi anni nel blocco sovietico. “Era un grave irritante”. diceva. così grave d’aver avvicinato l’Europa orientale attraverso l’arma mediatica più  pericolosa ed efficace di sempre; il populismo.

BULLET BALLET di Shinya Tsukamoto

La vita di un uomo cambia radicalmente dopo il suicidio della fidanzata. Lo shock per la morte dell’amata gli fa desiderare ossessivamente di possedere un’arma, della stessa tipologia con cui la donna si è tolta la vita. Un film, cosiddetto, “sui generis”, che sfugge alle definizioni di rito, ingrigito dal dolore di un uomo, Goda, alla disperata ricerca di un motivo per sopravvivere dopo il suicidio della fidanzata. Il timido e represso pubblicitario si trasforma grazie alla folle infatuazione per una pistola, lo stesso oggetto responsabile della morte della donna, in un violento emarginato sociale, che flirta con una gang di disadattati tanto violenti quanto fuori controllo. (ed in questo modo trova il dolore e l’annullamento di sé che la sua pistola non riesce a dargli).  il desiderio di vendetta altro non è che un desiderio di sofferenza. nella seconda parte, più edificante, il tizio comincia ad affezionarsi ai giovani punk e arriva addirittura a salvarli da un ben più esperto e spietato criminale. la narrazione è lineare e meno complessa rispetto ai canoni di Tsukamoto, e senz’altro meno insidiosa. il quadro umano presentato, dal protagonista alla banda di criminali con cui si scontra e incontra, è piuttosto degradato ed oppresso, succube di una violenza questa volta più psicolabile che esplicita. non si fa altro che ricercare la propria fine, un’autodistruzione derivante dall’improvvisa perdita di affetti (come nel caso del protagonista) dall’oppressione sociale (come nel caso del capo della banda criminale, in realtà un impiegato comunissimo durante il giorno) da un semplice smarrimento esistenziale (come nel caso della ragazza). il finale forse non è quanto ci aspetteremmo; si parte dalla ricerca della morte, si finisce per tendere ad una qualche salvezza che è più una rassegnazione quasi ascetica che una mera e sincera consapevolezza emotiva.

Schindler’s List di Steven Spielberg

Tratto dal libro di Thomas Keneally è la vera storia di Oscar Schindler, industriale tedesco, che nel 1938 capisce che è bene legarsi ai comandanti militari. Li frequenta nei locali notturni, offre bottiglie preziose. Quando gli ebrei sono relegati nel ghetto di Cracovia Schindler riesce a farsene assegnare alcune centinaia come operai in una fabbrica di pentole. All’inizio sembra sfruttarli, in realtà li salva. Di fronte alla persecuzione tremenda, il tedesco trasforma quella sua prima iniziativa in una vera missione, fino a comprare letteralmente le vite di quasi milleduecento ebrei (la famosa lista) che sicuramente morirebbero nel campo di Auschwitz. il fulcro della genialità di questo film è la descrizione; Sono i dettagli che fanno la differenza. Spielberg è il classico regista che va ad affittare i reali mezzi usati all’epoca (come per “salvate il soldato Ryan”), i luoghi, i capannoni e persino le camere a gas in disuso. Sarà anche una questione economica ma questo è un altro discorso. Il feroce nazista dietro il quale emerge l’uomo, con le sue debolezze, frustrazioni e pentimenti. Questi ultimi sempre un passo indietro alla “causa”. L’uomo d’affari inizialmente avaro e geloso dei suoi guadagni cede agli orrori del dolore e della sofferenza gratuita comprendendo così il vero valore dell’esistenza e convertendo quindi i suoi averi in anime. tuttavia, Trattandosi del più famoso cineasta contemporaneo, capace di muovere il costume, è doveroso essere severi. Ma è davvero difficile essere critici. Si può parlare di troppa Hollywood presente nonostante il tentativo di nasconderlo (certo, Spielberg non è Rossellini, e tanto meno Hitchcock) e si può parlare di troppa pianificazione, anche strumentale e di un’eccessiva edulcorazione alla violenza, che rende il tutto troppo bonario e un po’ buonista, anche se fuori dai classici canoni del regista americano. molti sostengono che Spielberg è riuscito a riprodurre l’orrore dell’epoca. non è così, naturalmente. ci sono altri film che descrivono situazioni, ambientazioni e narrazioni sull’olocausto con più efficacia, finendo però col trascurare il lato dell’intrattenimento. Va e Vedi e Arrivederci ragazzi sono pellicole che giungono meno fruibili, ma che risultano più efficaci perché non cadono nella retorica. perché sono più sinceri, più crudi, più provocatori e meno improntati agli Oscar.

ARRIVAL di Dennis Villeneuve

Louise Banks, linguista di fama mondiale, è madre inconsolabile di una figlia morta prematuramente. Ma quello che crede la fine è invece un inizio. L’inizio di una storia straordinaria. Nel mondo galleggiano dodici navi aliene in attesa di contatto. Eccellenza in materia, Louise è reclutata dall’esercito degli Stati Uniti insieme al fisico teorico Ian Donnelly. La missione è quella di penetrare il monumentale monolite e ‘interrogare’ gli extraterrestri sulle loro intenzioni. Ma l’incarico si rivela molto presto complesso e Louise dovrà trovare un alfabeto comune per costruire un dialogo con l’altro. Il mondo fuori intanto impazzisce e le potenze mondiali dichiarano guerra all’indecifrabile alieno. il film di Villeneuve sembra mettere in sequenza i riferimenti (Kubrick, Spielberg, Nolan, Tarkovskij) senza amalgamarli, diventa didascalico nelle sue pur affascinanti (a tratti) escursioni xenolinguistiche, non evita goffaggini narrative e vuoti di pressione drammatica e, infine, rende troppo palesi i trucchi con cui ha tenuto nascosta (meglio: ha provato a tenere nascosta) la sua sorpresa temporale, la sua struttura con agnizione da puzzle movie. Arrival è un film discontinuo, molto poco coerente. Ed è un film, anche in questa suo status ambiguo, molto nolaniano. Pensiamo soprattutto all’ultimo Nolan, quello di Interstellar. Il Nolan “umanista”, cioè, che riflette sullo scorrere del tempo, sui sentimenti, sull’Amore (non solo) genitoriale. E lo fa mentre costruisce uno dei suoi congegni che trascinano lo spettatore nella diegesi, senza limitarsi a sorprenderlo nel finale. In un contesto (fanta)scienitifico il più possibile solido e credibile. Tutte cose, diremmo più o meno esattamente le stesse cose, che prova a fare anche Villeneuve. Mostrandosi anche più abile, di Nolan, nell’edificare un impianto emotivo credibile e consistente. Ma forse meno lucido nel costruire il congegno narrativo che regge il film, tenuto nascosto con troppa evidenza prima (l’esclusione di Renner/Ian dalle inquadrature iniziali, ossia dal flash-back-forward, col senno di poi sono una forzatura giustificata solo dal fatto di voler ingannare lo spettatore) e (di)svelato in maniera un po’ approssimativa poi, quando le tessere del mosaico temporale vengono sistemate con qualche macchinosità di troppo, come se l’intenzione fosse quella di mantenere una (ormai inutile) ambiguità di fondo.

HOTEL RWANDA di Terry George

“Io odio i Tutsi. Noi siamo gli Hutu”. La radio portavoce delle milizie Hutu individua LA POLVERIERA nel crescente odio razziale. Testimonierà anche i vergognosi balbettii dei paesi dell’Onu, inerti e/o frustrati di fronte all’eccidio. La sua funzione rientra nella scelta estetica di George di lasciare fuori campo gran parte della violenza, per rimarcare il ruolo di “oasi felice” dell’Hotel e per non cadere nella trappola del reportage scioccante che, come il giornalista di Phoenix sottolinea, strappa solo qualche “Oh!” fra una forchettata e l’altra dei paesi “sviluppati(?)”. Per suscitare l’indignazione, meglio fare con lo spettatore ciò che Rusesabagina, da ingegnoso negoziante/negoziatore qual è, fa con l’unico contatto influente che gli resta in occidente (il Reno della catena belga di alberghi): lasciarlo appeso al “filo” fino a farlo arrossire di vergogna, né più né meno di quanto è arrossito il protagonista nel momento in cui, da prototipo dell’acculturato occidentale, si rende conto di non essere mai stato considerato un Pari. Smette gli abiti del neo-borghese individualista e compila da prode la propria SCHINDLER’S LIST. “Prendeteli. Tutti.”. Sale l’intolleranza fanatica e George insinua le sue denunce: furono i belgi colonizzatori a creare le due inesistenti etnie. Sono i francesi ad armare gli Hutu. Sono i governanti occidentali i veri razzisti (“Per loro siete immondizia”; “Sono dei codardi”, dicono Nolte e Reno). L’odore sempre più acre del sangue “là fuori” infuria lo sconforto che accompagna l’ingiustizia, aumentano i “colpi al cuore” che George, insieme con Jim Sheridan, brevettò ai tempi de “nel come del padre”: il grido d’aiuto delle vittime resta stampato nei loro sguardi spaesati in due scene speculari (i Tutsi nascosti in casa, gli orfani nella stanza d’albergo). In una buona sequenza, George rivela, come in tutto il film, la carneficina nella nebbia, una buona interpretazione “Eliminate chi aiuta gli scarafaggi “: l’atroce Storia contro l’Amore e il Coraggio della coppia protagonista, fino al paradosso (la tesissima sequenza dell’imboscata al convoglio, la palpitante scena del suicidio pianificato). il film espone sostanzialmente, con una sceneggiatura un pò minimalista e una regia molto bonaria – principale difetto del film – un africano direttore di un Hotel della catena Sabena che riuscì a salvare piu’ di 1200 persone grazie al coraggio personale e a un altruismo che gli impediva di veder morire la gente senza far nulla. Il film non edulcora la situazione nè fa del protagonista un santo. Ci racconta, molto semplicemente, forse anche troppo, una storia che la nostra coscienza e i nostri media hanno cancellato probabilmente perchè “non interessante”. Già questo dovrebbe fornirci materia di riflessione sulla cosiddetta “informazione”.

CASO WEINSTEIN vs NEW YORK TIMES

E’ un’ex giornalista del New York Times, Sharon Waxman, a rivelare come già nel 2004 stava indagando sull’uomo più potente di Hollywood, seguendo la pista legata al produttore cinematografico Fabrizio Lombardo, implicato, sembrerebbe, con Weinstein.
“Avevo anche rintracciato una donna a Londra che fu pagata dopo un incontro sessuale non voluto con Weinstein”, scrive la Waxman sul suo sito di gossip The Wrap, spiegando però come la testimone “aveva paura di parlare perché aveva firmato un accordo di riservatezza”. Lombardo, che sposò la figlia del banchiere Cesare Geronzi, ha sempre smentito categoricamente la vicenda. Anche se Asia Argento su Twitter ha ricordato in queste ore come fu proprio Lombardo a portarla nel 1997 nella stanza di Weinstein, in un hotel della Costa Azzurra dove credeva di essere stata invitata per un party della Miramax. Waxman comunque ricorda come la sua inchiesta fu ‘uccisa’ dopo le pressioni di alcune star di Hollywood, a suo dire messe in moto dallo stesso Weinstein. Tra queste gli attori Matt Damon e Russell Crowe, che negano assolutamente questa versione. Ma che secondo la giornalista le telefonarono mentre era ancora sulle tracce di Lombardo, qualche giorno prima che l’editore del quotidiano newyorchese decidesse di fatto di ‘insabbiare’ la vicenda.
Il caso dell’ex finalista di Miss Italia Anna Battilana risale invece al 2015, quando grazie a lei la polizia di New York stava per arrestare Weinstein. La ragazza aveva denunciato di essere stata molestata e gli agenti la ‘microfonarono’ prima di un nuovo incontro col produttore in un hotel di Tribeca, a Manhattan. “Perchè mi hai toccato il seno?”, si sente dire la donna, e il produttore risponde: “Lo faccio sempre, entra”. Ma Battilana – spiegano gli investigatori – ebbe paura e tornò sui suoi passi, facendo sfumare l’operazione.